La silenziosa [R]ivoluzione Energetica
Il futuro delle rinnovabili è già cominciato. Venti anni fa. È quel che rileva il rapporto di Greenpeace International “The Silent Energy [R]evolution”, un’analisi del mercato globale dell’energia elettrica che dimostra come dalla fine degli anni ’90 solare ed eolico sono cresciute più rapidamente di ogni altra fonte, con c.a. 430.000 MW di capacità installata tra il 2000 e il 2010. Nel complesso, solo nel 2010 è stata installata potenza di rinnovabili pari a quella installata dal 1970 al 2000.
Peccato che nel frattempo si siano installati anche 475.000 MW a carbone, con una emissione di CO2 stimata al 2050, in oltre 55 miliardi di tonnellate. Esiste oggi la possibilità che le rinnovabili crescano alla velocità necessaria per affermarsi sia nei Paesi sviluppati (rimpiazzando vecchi impianti) che nei Paesi in Via di sviluppo. Ma è una finestra che rischia di chiudersi nei prossimi pochi anni. Per questo servono – e subito - buone politiche energetiche e obiettivi vincolanti di emissioni di CO2 .
Il rapporto “The Silent Energy [R]evolution” descrive quel che è successo nel mercato globale dell’energia degli ultimi 40 anni, e quel che potrebbe succedere nei prossimi 40 grazie alle rinnovabili. Mostra, ad esempio, come il settore nucleare abbia avuto un effimero successo dagli anni ’70 a metà degli anni ’80, con un successivo declino. Descrive anche come, negli anni ’90, l’intero settore energetico abbia vissuto una serie di cambiamenti: mentre si attuava una progressiva liberalizzazione del mercato nei Paesi OCSE, la domanda di energia non si allineava alla crescita degli anni precedenti, facendo diminuire la costruzione di nuovi impianti.
In particolare, è diminuita la costruzione di centrali costose, come quelle nucleari e a carbone. A tutto vantaggio del gas.
Anche nei Paesi in Via di Sviluppo, soprattutto in Asia, una generalizzata liberalizzazione ha portato all’affermarsi del gas. Tuttavia, negli ultimi dieci anni, la Cina ha puntato sul carbone per affermare il suo sviluppo. Escludendo la Cina, è evidente un declino del carbone dalla fine degli anni ’90 e l’affermarsi, oltre al gas, delle rinnovabili, in particolare dell’eolico.
Nell’ Unione Europea, la liberalizzazione del mercato e’ stata avviata nel 1997. Da allora, la quota di carbone e nucleare è stata ben al di sotto del 10%, con crescenti investimenti nel gas e un significativo incremento delle rinnovabili, in particolare del solare fotovoltaico e dell’eolico, grazie a obiettivi legalmente vincolanti per lo sviluppo delle energie pulite. Nel complesso, si è assistito a un notevole aumento
della nuova capacità installata, dovuta alla necessità di rimpiazzare impianti datati.
In Italia, se possibile, la tendenza e’ stata ancora piu’ marcata . Dal 2004 si e’ assistito a una “esplosione” degli impianti a gas, mentre nel 2009 e 2010 sono le rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico e, in minor misura, biomasse) a dominare la scena.
Quale futuro per la Rivoluzione Energetica?
I prossimi anni saranno decisivi per l’affermarsi di un sistema energetico basato al 100% sulle rinnovabili. Da sette anni, Greenpeace, l’European Renewable Energy Council (EREC) e l’Agenzia Spaziale della Germania (DLR) pubblicano scenari energetici globali, regionali e nazionali, nei rapporti “Energy [R]evolution”. La prima edizione dello scenario globale, del 2007, immaginava una capacità globale di rinnovabili di 156 GW al 2010: nella realtà, già solo l’eolico aveva superato tale capacità, nel 2009. È chiaro che la Rivoluzione Energetica è già cominciata, con un ruolo chiave nella lotta ai cambiamenti climatici.
Lo scenario standard di “Energy [R]evolution” ha l’obiettivo di prefigurare una riduzione delle emissioni globali di CO2 di circa 10 Gigatonnellate/anno, al 2050. Lo “scenario avanzato”, prodotto nell’edizione 2010 di “Energy [R]evolution”, ha un obiettivo ancor più ambizioso e assume una durata inferiore dei vecchi impianti a
carbone (il peggior nemico del clima): da 40 a 20 anni. Per colmare il gap, si assume un maggior incremento nella crescita delle rinnovabili, oltre a un aumento dell’efficienza energetica, ad esempio nel settore dei trasporti, con un incremento, dopo il 2025, dei veicoli elettrici. Nel complesso, la domanda di energia dello scenario avanzato di “Energy [R]evolution” è inferiore (grazie all’efficienza) a quella degli scenari di riferimento. Anche lo sviluppo di una rete elettrica efficiente (smart grids + super grids) permette l’uso di una quota maggiore di energia da fonti rinnovabili fluttuanti (eolico e fotovoltaico). Lo “scenario avanzato” prevede un 40% di share delle rinnovabili poco dopo il 2030 (con dieci anni di anticipo rispetto allo scenario “standard”), ma nei due scenari le quote di idroelettrico e biomasse sono costanti, per questioni di sostenibilità ambientali.
Lo scorso 9 maggio, l’International Panel on Climate Change (IPCC) ha adottato lo Special Report on Renewable Energy (SRREN), che fornisce una rassegna complessiva del settore delle rinnovabili. Sono stati analizzati oltre 160 scenari per definire il possibile ruolo delle rinnovabili nell’abbattimento delle emissioni di CO2 a livello globale e regionale. Tre di questi sono stati quindi scelti come “scenari di mitigazione” del preoccupante fenomeno del cambiamento climatico: Energy [R]evolution è uno di questi tre, ed è l’unico che fa a meno di tecnologie rischiose come il nucleare o non provate come lo stoccaggio sotterraneo della CO2 (CCS).
Nello SRREN, i tre scenari di mitigazione sono confrontati con lo scenario base, il World Energy Outlook 2009 della International Energy Agency (IEA), per inserire il potenziale di sviluppo delle rinnovabili nel contesto del potenziale tecnico delle
singole regioni e a livello globale. Dal confronto risulta che un mero 2% del potenziale tecnico delle rinnovabili è sufficiente per arrivare ad una quota di energia da rinnovabili del 77%, al 2050. Con lo scenario Energy [R]evolution, questa quota arriva al 95%. In conclusione, non esistono barriere né di tipo tecnico né tantomeno economiche per giungere a una fornitura energetica basata sulle rinnovabili a livello globale. L’unica barriera è quella delle politiche energetiche.
Tra le varie politiche energetiche, l’esperienza dimostra che i sistemi con tariffe feedin (introdotte in Italia con il “conto energia” per il fotovoltaico), con un sistema garantito di tariffe di riacquisto (buy back tariff) in combinazione con un accesso prioritario delle rinnovabili alla rete, sono il sistema migliore per garantire un efficace e rapido sviluppo delle rinnovabili. Tali tariffe vanno modulate a seconda delle tecnologie e delle taglie per garantire l’efficacia dell’incentivo.
Le rinnovabili, tra l’altro, hanno anche il vantaggio di generare posti di lavoro. Secondo lo scenario di riferimento dell’IEA, l’occupazione del settore resterebbe sostanzialmente invariata fino al 2030. Lo scenario di Energy [R]evolution prevede invece un aumento netto di 4,1 milioni di posti di lavoro (al 2030) e lo “scenario avanzato” ne prevede 8,5 milioni nelle rinnovabili, rispetto ai 2,4 milioni dello scenario IEA. Perché è uno scenario che investe nel lavoro delle persone, non nello spreco di combustibili pericolosi per il clima e, quindi, per il nostro futuro.
sabato 25 giugno 2011
venerdì 24 giugno 2011
Greenpeace-The Silent Energy (R)evolution-La silenziosa rivoluzione energetica
La silenziosa rimonta delle rinnovabili, un report Greenpeace
La rivoluzione delle rinnovabili è già iniziata ed è inarrestabile: lo mostra l'ultimo studio di Greenpeace, "The Silent Energy [R]evolution”, una nuova analisi del mercato mondiale della produzione energetica. Il rapporto dimostra come a partire dagli anni '90 abbia avuto inizio una silenziosa, ma sempre più crescente, rivoluzione energetica.
23 giugno 2011
La produzione di energia solare ed eolica, nell'ultimo decennio, è cresciuta più rapidamente di qualsiasi altra fonte energetica al punto che oltre un quarto (26%) della nuova potenza installata nello scorso decennio è imputabile alle rinnovabili, mentre il nucleare rappresenta solo un 2% della potenza installata nello stesso periodo.
Quanto successo in quest'ultimo decennio dimostra che oggi i governi possono fare una scelta semplice e chiara: rinunciare a fonti pericolose come il nucleare e il carbone e puntare sulle rinnovabili, non solo per salvare il clima, ma anche per garantire sviluppo e occupazione.
La corsa delle rinnovabili procede a scapito di nucleare e carbone. Mentre il nucleare ha avuto bisogno di 10 anni per installare circa 35.000 MW (2000-2010), l'eolico ha installato una potenza analoga nel solo 2010. Sempre nell'ultimo decennio, gli investimenti sul carbone sono diminuiti ovunque tranne che in Cina, dove però è stata raddoppiata, ogni anno dal 2003, la potenza di eolico. Ciò a dimostrazione del fatto che anche la Cina ha deciso di puntare sulle rinnovabili.
E l'Italia? Dopo la schiacciante vittoria referendaria e la decisione della Germania di uscire dal nucleare e puntare su rinnovabili ed efficienza energetica, ora anche il governo italiano dovrebbe investire nell'energia pulita. Soprattutto se si considera che a partire dal 2004 si è registrato un forte incremento degli investimenti sul gas, mentre nel 2009 e 2010 sono state le rinnovabili a dominare la scena.
I prossimi anni saranno decisivi per un'ulteriore affermazione del settore delle energie pulite. Per questo chiediamo che siano riviste le politiche energetiche attraverso l'introduzione di tariffe modulate per fonte energetica e taglia (feed-in premium tariffs) con accesso prioritario dell'energia rinnovabile alla rete elettrica.
(da comunicato Greenpeace)
fonte www.qualenergia.it
La rivoluzione delle rinnovabili è già iniziata ed è inarrestabile: lo mostra l'ultimo studio di Greenpeace, "The Silent Energy [R]evolution”, una nuova analisi del mercato mondiale della produzione energetica. Il rapporto dimostra come a partire dagli anni '90 abbia avuto inizio una silenziosa, ma sempre più crescente, rivoluzione energetica.
23 giugno 2011
La produzione di energia solare ed eolica, nell'ultimo decennio, è cresciuta più rapidamente di qualsiasi altra fonte energetica al punto che oltre un quarto (26%) della nuova potenza installata nello scorso decennio è imputabile alle rinnovabili, mentre il nucleare rappresenta solo un 2% della potenza installata nello stesso periodo.
Quanto successo in quest'ultimo decennio dimostra che oggi i governi possono fare una scelta semplice e chiara: rinunciare a fonti pericolose come il nucleare e il carbone e puntare sulle rinnovabili, non solo per salvare il clima, ma anche per garantire sviluppo e occupazione.
La corsa delle rinnovabili procede a scapito di nucleare e carbone. Mentre il nucleare ha avuto bisogno di 10 anni per installare circa 35.000 MW (2000-2010), l'eolico ha installato una potenza analoga nel solo 2010. Sempre nell'ultimo decennio, gli investimenti sul carbone sono diminuiti ovunque tranne che in Cina, dove però è stata raddoppiata, ogni anno dal 2003, la potenza di eolico. Ciò a dimostrazione del fatto che anche la Cina ha deciso di puntare sulle rinnovabili.
E l'Italia? Dopo la schiacciante vittoria referendaria e la decisione della Germania di uscire dal nucleare e puntare su rinnovabili ed efficienza energetica, ora anche il governo italiano dovrebbe investire nell'energia pulita. Soprattutto se si considera che a partire dal 2004 si è registrato un forte incremento degli investimenti sul gas, mentre nel 2009 e 2010 sono state le rinnovabili a dominare la scena.
I prossimi anni saranno decisivi per un'ulteriore affermazione del settore delle energie pulite. Per questo chiediamo che siano riviste le politiche energetiche attraverso l'introduzione di tariffe modulate per fonte energetica e taglia (feed-in premium tariffs) con accesso prioritario dell'energia rinnovabile alla rete elettrica.
(da comunicato Greenpeace)
fonte www.qualenergia.it
venerdì 17 giugno 2011
Qualche elemento per spiegare meglio la previsione Aie sul rapporto domanda-offerta di greggio
Qualche elemento per inquadrare meglio il post precedente.
Le previsioni hanno un valore indicativo perche' molte sono le variabili che incidono sul rapporto tra domanda e offerta di petrolio, le stesse previsioni dell' Aie a fine 2009, a fine 2010 e ora a meta' 2011, sono molto diverse.
Purtroppo tendono sempre ad anticipare il momento nel quale il problema petrolio esplodera' definitivamente.
Cito a memoria ma si puo' ricercare e consultare i documenti ufficiali:
nel rapporto 2009 dell' Aie
il picco petrolifero, cioe' il momento di massima produzione di greggio, era previsto nel 2030 con 108 mbg (milioni di barili il giorno),
nel rapporto 2010
erano previsti diversi scenari, ma la data del picco si era avvicinata e la massima produzione di petrolio era scesa sotto i 100 mbg.
Era annunciato l' avvenuto picco per il petrolio convenzionale, quello migliore.
ora a meta' 2011
si paventa per il 2016 il momento nel quale la domanda di petrolio superera' l' offerta, anche se questo non vuol dire l' arrivo del picco perche', anche se l' offerta sara' inferiore alla domanda, potrebbe l' offerta ancora salire negli anni seguenti.
Il picco, cioe' la massima produzione, potra' essere stabilito solo negli anni successivi al suo arrivo.
Altra osservazione: una crisi economica, una recessione, provoca una diminuzione della domanda ed ora in seguito alla crisi finanziaria greca che ancora deve avere le sue conseguenze sull' economia reale, vediamo che il prezzo gia' sta scendendo e probabilmente diminuira' ancora.
Nell' aprile 2010 il prezzo era 85$/b, dopo la crisi greca di fine mese il prezzo e' sceso a 70-75 $/b ed e' tornato a 85$ solo a inizio novembre 2010 (quando e' stato pubblicato il rapporto Aie 2010 che annunciava l' avvenuto picco del petrolio convenzionale).
A gennaio 2011 prima della crisi in Libia il prezzo era 90$/b per il WTI e 105$ per il Brent, e l' anomalia del Brent molto superiore al WTI era iniziata. Oggi dopo il crollo degli ultimi giorni -5%-7% (le Borse hanno per ora perso molto meno) il WTI e' sempre attorno a 93$ e il Brent 113$.
Da notare che mentre negli ultimi mesi aumenti e diminuzioni sono stati comunque abbastanza equilibrati, ora le oscillazioni hanno ripreso ad essere rapide, segno di incertezza profonda e squilibri.
Ricordo sempre che l' Aie (o Iea) e' l' agenzia energetica dei paesi Ocse (i paesi piu' avanzati), non esistono organismi internazionali rappresentativi di tutti i paesi del mondo che seguano le vicende energetiche. Esiste solo una commissione dell' Onu che si occupa dei cambiamenti climatici, che e' un' aspetto particolare e cruciale del problema energia ma non esaurisce tutta la problematica di questa materia (fondamentale per l' economia ma soprattutto per la pace nel mondo)
Le previsioni hanno un valore indicativo perche' molte sono le variabili che incidono sul rapporto tra domanda e offerta di petrolio, le stesse previsioni dell' Aie a fine 2009, a fine 2010 e ora a meta' 2011, sono molto diverse.
Purtroppo tendono sempre ad anticipare il momento nel quale il problema petrolio esplodera' definitivamente.
Cito a memoria ma si puo' ricercare e consultare i documenti ufficiali:
nel rapporto 2009 dell' Aie
il picco petrolifero, cioe' il momento di massima produzione di greggio, era previsto nel 2030 con 108 mbg (milioni di barili il giorno),
nel rapporto 2010
erano previsti diversi scenari, ma la data del picco si era avvicinata e la massima produzione di petrolio era scesa sotto i 100 mbg.
Era annunciato l' avvenuto picco per il petrolio convenzionale, quello migliore.
ora a meta' 2011
si paventa per il 2016 il momento nel quale la domanda di petrolio superera' l' offerta, anche se questo non vuol dire l' arrivo del picco perche', anche se l' offerta sara' inferiore alla domanda, potrebbe l' offerta ancora salire negli anni seguenti.
Il picco, cioe' la massima produzione, potra' essere stabilito solo negli anni successivi al suo arrivo.
Altra osservazione: una crisi economica, una recessione, provoca una diminuzione della domanda ed ora in seguito alla crisi finanziaria greca che ancora deve avere le sue conseguenze sull' economia reale, vediamo che il prezzo gia' sta scendendo e probabilmente diminuira' ancora.
Nell' aprile 2010 il prezzo era 85$/b, dopo la crisi greca di fine mese il prezzo e' sceso a 70-75 $/b ed e' tornato a 85$ solo a inizio novembre 2010 (quando e' stato pubblicato il rapporto Aie 2010 che annunciava l' avvenuto picco del petrolio convenzionale).
A gennaio 2011 prima della crisi in Libia il prezzo era 90$/b per il WTI e 105$ per il Brent, e l' anomalia del Brent molto superiore al WTI era iniziata. Oggi dopo il crollo degli ultimi giorni -5%-7% (le Borse hanno per ora perso molto meno) il WTI e' sempre attorno a 93$ e il Brent 113$.
Da notare che mentre negli ultimi mesi aumenti e diminuzioni sono stati comunque abbastanza equilibrati, ora le oscillazioni hanno ripreso ad essere rapide, segno di incertezza profonda e squilibri.
Ricordo sempre che l' Aie (o Iea) e' l' agenzia energetica dei paesi Ocse (i paesi piu' avanzati), non esistono organismi internazionali rappresentativi di tutti i paesi del mondo che seguano le vicende energetiche. Esiste solo una commissione dell' Onu che si occupa dei cambiamenti climatici, che e' un' aspetto particolare e cruciale del problema energia ma non esaurisce tutta la problematica di questa materia (fondamentale per l' economia ma soprattutto per la pace nel mondo)
Petrolio, allarme Aie: nel 2016 domanda potra' essere maggiore dell' offerta-In Italia se ne accorgono solo il Sole24ore e Contropiano
Aie lancia allarme per il petrolio: nel 2016 la domanda di petrolio potrebbe superare l’ offerta
In Italia se ne accorgono solo il Sole24ore e Contropiano
L’ articolo del Sole24ore:
Il caro-petrolio non rischia più soltanto di «danneggiare la ripresa economica». L'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) ormai parla di «hard landing» e di «double dip»: un atterraggio pesante, addirittura una ricaduta in recessione. Il fallimento dell'ultimo vertice Opec – incapace di deliberare un aumento di produzione, nonostante i suoi stessi economisti ne avessero evidenziato l'esigenza – ha esasperato l'allarme su cui già da tempo l'organismo dell'Ocse sta richiamando l'attenzione.
«La situazione attuale – ha dichiarato ieri il direttore dell'Aie Nobuo Tanaka – comincia a ricordare quella del 2008. E tutti sappiamo che nel nel 2008 l'economia mondiale ha subìto un atterraggio davvero molto pesante». Nell'estate di quell'anno, prima del collasso di Lehman Brothers, il barile aveva superato 147 dollari, un record storico. Ma non è tanto al ripetersi di una simile escalation che Tanaka fa riferimento: l'analogia riguarda, a suo parere, soprattutto l'assottigliarsi della spare capacity, l'eccesso di capacità produttiva che costituisce un prezioso cuscinetto a fronte di possibili shock sul fronte della domanda o dell'offerta petrolifera. Shock che oggi si rischiano entrambi, a giudicare dalle nuove previsioni appena diffuse dall'Aie attraverso il bollettino mensile e l'aggiornamento del Medium Term Outlook.
La Libia ormai produce appena 100mila barili al giorno, contro gli 1,6 milioni di prima della guerra, e secondo l'Agenzia le sue forniture non torneranno sul mercato fino al 2014. Nel frattempo la domanda è destinata ad aumentare, non solo negli anni a venire, ma anche nel brevissimo periodo: nel terzo trimestre, praticamente domani, servirebbero 30,7 mbg di greggio dall'Opec per rifornire le raffinerie nel periodo di massima attività. L'Organizzazione in maggio ne ha forniti 29,2 se si conta anche l'Iraq, non soggetto a quote. L'Aie «accoglie con sollievo» l'impegno saudita ad accrescere la produzione, ma il suo greggio è di qualità diversa dal libico. E non è detto che basti ad alleviare le tensioni, anche perché la capacità produttiva in eccesso finirà col ridursi a un minimo di 3,1 mbg quest'anno, per restare fino al 2013 quasi sempre sotto 4 mbg: livello che «mette a disagio per la sua esiguità».
Le potenziali tensioni sui mercati sono evidenti anche se si guarda a un'orizzonte temporale più ampio: nei prossimi 5 anni la domanda globale di greggio potrebbe salire dell'1,3% in media all'anno, portandosi dagli 88 mbg del 2010 a 95,3 mbg nel 2016 (se ci saranno problemi per l'economia si arriverà a 92,8 mbg).
La responsabilità della crescita, che l'Aie vede oggi molto più vigorosa rispetto a quanto stimato un anno fa, sarà esclusivamente delle economie emergenti e per il 40% della Cina, mentre la domanda dei Paesi Ocse calerà di 1,5 mbg di qui al 2016. Nello stesso periodo, grazie allo sfruttamento di risorse più difficili da estrarre, anche l'offerta di petrolio salirà (da 93,8 a 100,6 mbg), ma con un ritmo più fiacco rispetto allo sviluppo dei consumi.
Per i prezzi c'è poca speranza: il Brent resterà inchiodato intorno ai 100 $/ bbl. La media prevista per il 2011-15 è di 103 $ (l'anno scorso l'Aie prevedeva 84 $), con un massimo di 105 $ quest'anno e un minimo di 100,69 nel 2015.
Fonte www.sole24ore.com
L’ articolo di contropiano.org
Se ne discuteva da anni, ora si ha una previsione ufficiale. L'Agenzia internazione dell'energia ha pubblicato ieri un rapporto in cui si prevede che la domanda di petrolio supererà l'offerta nel 2016. La Cnn ha immediatamente dato la notizia, in Italia si fa finta di non vedere (oppure, ed è peggio, non si vede proprio).
E' questo il "picco del petrolio", non la sua "fine", come invece hanno sempre detto i disinformatori di professione per ridicolizzare e depotenziare l'allarme lanciato dagli scienziati findai tempi della pubblicazione del rapporto I limiti della crescita (The Limits to Growth, nel 1972. Va ricordato il fatto molto semplice che tutti gli idrocarburi (petrolio, gas, ecc) sono risorse naturali non riproducibili, quindi costituiscono un "limite" non superabile. E che al momento non sono state ancora scoperte altre risorse energetiche di potenza comparabile a quell del petrolio, ossia in grado di sostituirlo. Un barile di greggio (159 litri circa) fornisce la stessa energia di 12 uomini al lavoro per un anno.
Dal punto di vista economico, il fatto che la produzione di greggio non possa tener dietro alla domanda implica, nell'ordine, aumento dei prezzi, blocco della crescita economica... e poi dinamiche internazionali e sociali non prevedibili nel dettaglio.
Qui di seguito l'articolo in fondo molto british pubblicato dalla Cnn.
Cnn, 17 giugno 2011
La domanda di petrolio supererà l'offerta
di Aaron Smith
Nuove fonti di petrolio e gas naturale - in gran parte dagli Stati Uniti e il resto delle Americhe – espanderanno le forniture nei prossimi cinque anni, ma la crescita della domanda - in particolare dalla Cina – ,secondo un rapporto pubblicato giovedi, sarà superiore.
L'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) stima che la crescita della capacità dell'offerta di petrolio potrebbe crescere media di 1,1 milioni di barili al giorno da qui al 2016 "perché l'aumento dei prezzi renderà convenienti nuove forniture."
L'AIE ritiene che il greggio convenzionale possa rappresentare meno del 40% della nuova offerta, mentre la maggior parte proverrà da gas naturale, biocarburanti e petrolio non convenzionali. Gran parte del nuovo gas naturale proverrà dagli Stati Uniti, uno dei maggiori produttori del mondo.
Nuove fonti petrolio verranno fuori da diverse nazioni dell'emisfero occidentale, tra cui Brasile, Canada e Colombia. Altri paesi menzionati nel rapporto sono Iraq, Emirati Arabi Uniti, Angola e Kazakhstan.
Ma l'agenzia stima anche che la crescita della domanda supererà quella dell'offerta, anche se di poco. L'organizzazione ha detto che la crescita annua della domanda di petrolio potrebbe crescere in media di 1,2 milioni di barili al giorno, da qui al 2016.
Secondo l'agenzia, la maggior parte della domanda supplementare - circa il 95% - dovrebbe venire dalla Cina e altri paesi asiatici e del Medio Oriente.
Imboscate prompt militari per ridurre il consumo di energia
Allo stesso tempo, il consumo di gas naturale è destinato a crescere del 2,4% all'anno da qui al 2016, e la Cina sarà responsabile di circa un terzo dell'aumento globale della domanda, ha detto l'organizzazione.
"Il commercio globale di gas si espande rapidamente mentre un numero più alto di paesi diventa importatore di gas", spiega il rapporto. "Il gas naturale si aggiunge a petrolio, minerale di ferro e molte altre materie prime nel paniere di merci fondamentali in cui la fonte sempre più dominante della domanda è la Cina".
I prezzi del petrolio sono scesi al livello più basso da quattro mesi, perché i timori internazionali sulla possibilità di un default greco (e quindi di un rallentamento globale dell'economia) ha fatto abbassare i prezzi delle materie prime e le scorte.
In Italia se ne accorgono solo il Sole24ore e Contropiano
L’ articolo del Sole24ore:
Il caro-petrolio non rischia più soltanto di «danneggiare la ripresa economica». L'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) ormai parla di «hard landing» e di «double dip»: un atterraggio pesante, addirittura una ricaduta in recessione. Il fallimento dell'ultimo vertice Opec – incapace di deliberare un aumento di produzione, nonostante i suoi stessi economisti ne avessero evidenziato l'esigenza – ha esasperato l'allarme su cui già da tempo l'organismo dell'Ocse sta richiamando l'attenzione.
«La situazione attuale – ha dichiarato ieri il direttore dell'Aie Nobuo Tanaka – comincia a ricordare quella del 2008. E tutti sappiamo che nel nel 2008 l'economia mondiale ha subìto un atterraggio davvero molto pesante». Nell'estate di quell'anno, prima del collasso di Lehman Brothers, il barile aveva superato 147 dollari, un record storico. Ma non è tanto al ripetersi di una simile escalation che Tanaka fa riferimento: l'analogia riguarda, a suo parere, soprattutto l'assottigliarsi della spare capacity, l'eccesso di capacità produttiva che costituisce un prezioso cuscinetto a fronte di possibili shock sul fronte della domanda o dell'offerta petrolifera. Shock che oggi si rischiano entrambi, a giudicare dalle nuove previsioni appena diffuse dall'Aie attraverso il bollettino mensile e l'aggiornamento del Medium Term Outlook.
La Libia ormai produce appena 100mila barili al giorno, contro gli 1,6 milioni di prima della guerra, e secondo l'Agenzia le sue forniture non torneranno sul mercato fino al 2014. Nel frattempo la domanda è destinata ad aumentare, non solo negli anni a venire, ma anche nel brevissimo periodo: nel terzo trimestre, praticamente domani, servirebbero 30,7 mbg di greggio dall'Opec per rifornire le raffinerie nel periodo di massima attività. L'Organizzazione in maggio ne ha forniti 29,2 se si conta anche l'Iraq, non soggetto a quote. L'Aie «accoglie con sollievo» l'impegno saudita ad accrescere la produzione, ma il suo greggio è di qualità diversa dal libico. E non è detto che basti ad alleviare le tensioni, anche perché la capacità produttiva in eccesso finirà col ridursi a un minimo di 3,1 mbg quest'anno, per restare fino al 2013 quasi sempre sotto 4 mbg: livello che «mette a disagio per la sua esiguità».
Le potenziali tensioni sui mercati sono evidenti anche se si guarda a un'orizzonte temporale più ampio: nei prossimi 5 anni la domanda globale di greggio potrebbe salire dell'1,3% in media all'anno, portandosi dagli 88 mbg del 2010 a 95,3 mbg nel 2016 (se ci saranno problemi per l'economia si arriverà a 92,8 mbg).
La responsabilità della crescita, che l'Aie vede oggi molto più vigorosa rispetto a quanto stimato un anno fa, sarà esclusivamente delle economie emergenti e per il 40% della Cina, mentre la domanda dei Paesi Ocse calerà di 1,5 mbg di qui al 2016. Nello stesso periodo, grazie allo sfruttamento di risorse più difficili da estrarre, anche l'offerta di petrolio salirà (da 93,8 a 100,6 mbg), ma con un ritmo più fiacco rispetto allo sviluppo dei consumi.
Per i prezzi c'è poca speranza: il Brent resterà inchiodato intorno ai 100 $/ bbl. La media prevista per il 2011-15 è di 103 $ (l'anno scorso l'Aie prevedeva 84 $), con un massimo di 105 $ quest'anno e un minimo di 100,69 nel 2015.
Fonte www.sole24ore.com
L’ articolo di contropiano.org
Se ne discuteva da anni, ora si ha una previsione ufficiale. L'Agenzia internazione dell'energia ha pubblicato ieri un rapporto in cui si prevede che la domanda di petrolio supererà l'offerta nel 2016. La Cnn ha immediatamente dato la notizia, in Italia si fa finta di non vedere (oppure, ed è peggio, non si vede proprio).
E' questo il "picco del petrolio", non la sua "fine", come invece hanno sempre detto i disinformatori di professione per ridicolizzare e depotenziare l'allarme lanciato dagli scienziati findai tempi della pubblicazione del rapporto I limiti della crescita (The Limits to Growth, nel 1972. Va ricordato il fatto molto semplice che tutti gli idrocarburi (petrolio, gas, ecc) sono risorse naturali non riproducibili, quindi costituiscono un "limite" non superabile. E che al momento non sono state ancora scoperte altre risorse energetiche di potenza comparabile a quell del petrolio, ossia in grado di sostituirlo. Un barile di greggio (159 litri circa) fornisce la stessa energia di 12 uomini al lavoro per un anno.
Dal punto di vista economico, il fatto che la produzione di greggio non possa tener dietro alla domanda implica, nell'ordine, aumento dei prezzi, blocco della crescita economica... e poi dinamiche internazionali e sociali non prevedibili nel dettaglio.
Qui di seguito l'articolo in fondo molto british pubblicato dalla Cnn.
Cnn, 17 giugno 2011
La domanda di petrolio supererà l'offerta
di Aaron Smith
Nuove fonti di petrolio e gas naturale - in gran parte dagli Stati Uniti e il resto delle Americhe – espanderanno le forniture nei prossimi cinque anni, ma la crescita della domanda - in particolare dalla Cina – ,secondo un rapporto pubblicato giovedi, sarà superiore.
L'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) stima che la crescita della capacità dell'offerta di petrolio potrebbe crescere media di 1,1 milioni di barili al giorno da qui al 2016 "perché l'aumento dei prezzi renderà convenienti nuove forniture."
L'AIE ritiene che il greggio convenzionale possa rappresentare meno del 40% della nuova offerta, mentre la maggior parte proverrà da gas naturale, biocarburanti e petrolio non convenzionali. Gran parte del nuovo gas naturale proverrà dagli Stati Uniti, uno dei maggiori produttori del mondo.
Nuove fonti petrolio verranno fuori da diverse nazioni dell'emisfero occidentale, tra cui Brasile, Canada e Colombia. Altri paesi menzionati nel rapporto sono Iraq, Emirati Arabi Uniti, Angola e Kazakhstan.
Ma l'agenzia stima anche che la crescita della domanda supererà quella dell'offerta, anche se di poco. L'organizzazione ha detto che la crescita annua della domanda di petrolio potrebbe crescere in media di 1,2 milioni di barili al giorno, da qui al 2016.
Secondo l'agenzia, la maggior parte della domanda supplementare - circa il 95% - dovrebbe venire dalla Cina e altri paesi asiatici e del Medio Oriente.
Imboscate prompt militari per ridurre il consumo di energia
Allo stesso tempo, il consumo di gas naturale è destinato a crescere del 2,4% all'anno da qui al 2016, e la Cina sarà responsabile di circa un terzo dell'aumento globale della domanda, ha detto l'organizzazione.
"Il commercio globale di gas si espande rapidamente mentre un numero più alto di paesi diventa importatore di gas", spiega il rapporto. "Il gas naturale si aggiunge a petrolio, minerale di ferro e molte altre materie prime nel paniere di merci fondamentali in cui la fonte sempre più dominante della domanda è la Cina".
I prezzi del petrolio sono scesi al livello più basso da quattro mesi, perché i timori internazionali sulla possibilità di un default greco (e quindi di un rallentamento globale dell'economia) ha fatto abbassare i prezzi delle materie prime e le scorte.
giovedì 16 giugno 2011
Petrolio, patto segreto Usa-Arabia sulle riserve
Il greggio pesante di Riad in cambio di "light" dalle scorte strategiche
di Sissi Bellomo
Nelle settimane prima del vertice fallimentare dell'Opec, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita avrebbero studiato un piano – poi non realizzato – per mettere a disposizione del mercato forniture aggiuntive di petrolio della qualità più richiesta: lo sweet light, divenuto più scarso con l'interruzione dell'export dalla Libia. Lo rivela l'agenzia Reuters, attribuendo le informazioni a quattro fonti riservate. L'idea, esaminata a lungo dai funzionari dei due Paesi, prevedeva una sorta di scambio: Washington avrebbe rilasciato dalle scorte strategiche petrolio leggero e a basso contenuto di zolfo, per ovviare alle difficoltà di approvvigionamento delle raffinerie europee "orfane" di Tripoli, mentre Riad avrebbe provveduto a ricostituire gli stock americani con il proprio greggio, di qualità inferiore, ceduto a prezzi scontati.
Non è chiaro da chi fosse partita l'iniziativa, né il motivo per cui il progetto non sia andato in porto. Ma se davvero c'è stata, una simile trattativa sarebbe l'ennesima conferma dell'esistenza di un coordinamento sempre più stretto tra Arabia Saudita e Usa nelle politiche energetiche, a scapito dell'Opec.
L'immobilità del Cartello solleva allarmi crescenti da parte dell'Agenzia internazionale per l'energia, che ieri ha avvertito che il caro-greggio rischia di provocare un "double dip" all'economia mondiale, ossia di riportarla in recessione. Il petrolio nell'ultima seduta ha subìto un tonfo, ma solo perché travolto dal precipitare della crisi greca e dal rialzo dell'inflazione "core" negli Usa: il Brent ha chiuso a 117,10 $/barile (-2,5%), il Wti a 94,81 $/bbl (-4,6%), minimo da 4 mesi, nonostante il forte calo delle scorte commerciali di greggio negli Usa, giù di 3,4 milioni di barili la settimana scorsa. I distillati sono scesi di 0,1 mb e le benzine sono salite di 0,6 mb. La domanda di prodotti raffinati nelle ultime 4 settimane risulta in calo del 3% rispetto a un anno fa.
Fonte www.sole24ore.com
di Sissi Bellomo
Nelle settimane prima del vertice fallimentare dell'Opec, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita avrebbero studiato un piano – poi non realizzato – per mettere a disposizione del mercato forniture aggiuntive di petrolio della qualità più richiesta: lo sweet light, divenuto più scarso con l'interruzione dell'export dalla Libia. Lo rivela l'agenzia Reuters, attribuendo le informazioni a quattro fonti riservate. L'idea, esaminata a lungo dai funzionari dei due Paesi, prevedeva una sorta di scambio: Washington avrebbe rilasciato dalle scorte strategiche petrolio leggero e a basso contenuto di zolfo, per ovviare alle difficoltà di approvvigionamento delle raffinerie europee "orfane" di Tripoli, mentre Riad avrebbe provveduto a ricostituire gli stock americani con il proprio greggio, di qualità inferiore, ceduto a prezzi scontati.
Non è chiaro da chi fosse partita l'iniziativa, né il motivo per cui il progetto non sia andato in porto. Ma se davvero c'è stata, una simile trattativa sarebbe l'ennesima conferma dell'esistenza di un coordinamento sempre più stretto tra Arabia Saudita e Usa nelle politiche energetiche, a scapito dell'Opec.
L'immobilità del Cartello solleva allarmi crescenti da parte dell'Agenzia internazionale per l'energia, che ieri ha avvertito che il caro-greggio rischia di provocare un "double dip" all'economia mondiale, ossia di riportarla in recessione. Il petrolio nell'ultima seduta ha subìto un tonfo, ma solo perché travolto dal precipitare della crisi greca e dal rialzo dell'inflazione "core" negli Usa: il Brent ha chiuso a 117,10 $/barile (-2,5%), il Wti a 94,81 $/bbl (-4,6%), minimo da 4 mesi, nonostante il forte calo delle scorte commerciali di greggio negli Usa, giù di 3,4 milioni di barili la settimana scorsa. I distillati sono scesi di 0,1 mb e le benzine sono salite di 0,6 mb. La domanda di prodotti raffinati nelle ultime 4 settimane risulta in calo del 3% rispetto a un anno fa.
Fonte www.sole24ore.com
mercoledì 15 giugno 2011
Si e' vero, 15 giugno,il mercato dei prezzi petroliferi e' sotto stress, Brent - 6%, WTi -4,442. Le Borse invece perdono l' 1-1,5, %.
Alle 20.00 del 15 giugno 2011 il prezzo del petrolio Brent e' 113,06 $/b contro i 119,30 $/b dell' apertura dei mercati, il WTI e' 94,95 $/b contro 99,28 $/b dell' apertura. Rispettivamente -6 % e -4,42 %. Le Borse sono in calo ma con percentuali minori, Milano segna -2,16%, Parigi -1,50%, New York - 1,62%, Francoforte - 1,25%, Londra -1,04%. Il titolo dell' articolo sul Sole24ore di stamani si e' dunque rivelato azzeccato "Il prezzo del greggio e' sotto stress", instabile in una maniera preoccupante anche quando scende. Nel 2008 e negli anni precedenti le oscillazioni erano spesso fortissime; negli ultimi due anni, dopo la crisi economica scoppiata nel settembre 2008, le fluttuazioni erano state piu' equilibrate, meno rally piu' costanza, anche quando le quotazioni salgono.
Oggi si torna all' antico e il prezzo del greggio crolla in percentuale molto maggiore delle borse, anticipando forse un trend di ribassi anche nel mercato azionario conseguenza della crisi greca. Crisi annunciata dai dati, non dai titoli dei giornali che hanno fatto nelle ultime settimane articoli di routine. Al contrario in Grecia soprattutto a livello politico , con la risicata maggioranza socialista che perde pezzi, il futuro e' sicuramente difficile, e le manovre liberiste che hanno negli ultimi decenni guidato, imbrigliato, le economie mondiali questa volta potrebbe essere rispedite al mittente. Il mittente principale e' l' Unione Europea.
Oggi si torna all' antico e il prezzo del greggio crolla in percentuale molto maggiore delle borse, anticipando forse un trend di ribassi anche nel mercato azionario conseguenza della crisi greca. Crisi annunciata dai dati, non dai titoli dei giornali che hanno fatto nelle ultime settimane articoli di routine. Al contrario in Grecia soprattutto a livello politico , con la risicata maggioranza socialista che perde pezzi, il futuro e' sicuramente difficile, e le manovre liberiste che hanno negli ultimi decenni guidato, imbrigliato, le economie mondiali questa volta potrebbe essere rispedite al mittente. Il mittente principale e' l' Unione Europea.
martedì 14 giugno 2011
Petrolio,"mercati sotto stress",il prezzo salira' ancora-15 giugno 2011.
«Siamo inermi di fronte ai rally»
di Sissi Bellomo
15 giugno 2011 alle ore 06:44.
I mercati petroliferi sono «in una condizione di stress», che quasi ineluttabilmente farà salire il prezzo del barile, a prescindere dall'Opec e dagli speculatori. Non è ottimista Jorge Montepeque, Global Editorial Director di Platts, agenzia nota soprattutto come fornitore di prezzi e indici sul al mercato fisico dei carburanti. Montepeque, ospite all'assemblea annuale dell'Unione petrolifera oggi a Roma, ha accettato di farsi intervistare dal Sole 24 Ore.
Sul mercato si osserva qualche segno di distruzione della domanda di petrolio: non basterà a frenare i prezzi?
In realtà per capire le reazioni della domanda bisogna focalizzarsi sui prezzi al consumo. E, almeno in Europa, i carburanti sono pesantemente tassati. Se le stesse tasse gravassero sul greggio, il suo prezzo non sarebbe di 120 ma di 350-400 dollari al barile.
Un prezzo enorme: la domanda dovrebbe risentirne.
In realtà non ne risente abbastanza da far scendere il prezzo del petrolio. Negli Usa la benzina costa molto meno che da noi, perché ci sono meno tasse. E comunque in nessun Paese i carburanti replicano gli aumenti del greggio: se il barile sale da 100 a 120 $, il prezzo al consumo della benzina non sale del 20, ma del 5 per cento.
I tempi di reazione si allungano dunque?
Bisogna guardare anche ad altri fattori. Durante il credit crunch, ad esempio, il calo della domanda petrolifera c'è stato. Ma a provocarlo non sono stati tanto i prezzi alti, quanto il deterioramento delle condizioni economiche. Ora però l'economia va meglio: a Oriente la crescita è molto forte, anche Africa e America Latina stanno crescendo. È vero che gli Usa crescono poco e che in Europa crescono solo alcuni Paesi. Ma a livello globale i consumi petroliferi salgono. Non siamo più noi, americani ed europei, a guidare la domanda energetica, ma le economie emergenti. Il che ci mette in difficoltà, perché non abbiamo alcuna influenza su quei mercati.
Non abbiamo proprio nessuna possibilità di contrastare il caro-petrolio?
Beh, potremmo crescere ancora meno. Ma non mi sembra una soluzione auspicabile. Un'altra via è adottare una politica monetaria restrittiva: con una minore liquidità, le materie prime forse salirebbero meno. Oppure dovremmo aumentare la produzione di greggio, ma gli investimenti vengono decisi in base alla redditività. E molti Paesi stanno aumentando le tasse anche a carico delle compagnie petrolifere. Purtroppo, da una prospettiva europea, possiamo solo guardare cosa succede nei Paesi emergenti e regolarci di conseguenza.
Che ruolo ha la speculazione nel guidare i prezzi?
Le premesse per un rally ci sono a prescindere dalla speculazione. Il mercato è in una condizione di stress: la produzione cresce poco e in più sono venute meno le forniture dalla Libia, mentre la domanda in Asia ha un ritmo di crescita folle.
Quanta responsabilità ha invece l'Opec?
I membri dell'Opec hanno la stessa responsbilità di qualsiasi altro Paese: devono pensare ai loro cittadini, ai loro obblighi interni. Stanno facendo quel che è bene per loro. E comunque non tutti sono in grado di fare qualcosa: pochi hanno un eccesso di capacità produttiva.
Fonte www.sole24ore.com
15 giugno 2011
di Sissi Bellomo
15 giugno 2011 alle ore 06:44.
I mercati petroliferi sono «in una condizione di stress», che quasi ineluttabilmente farà salire il prezzo del barile, a prescindere dall'Opec e dagli speculatori. Non è ottimista Jorge Montepeque, Global Editorial Director di Platts, agenzia nota soprattutto come fornitore di prezzi e indici sul al mercato fisico dei carburanti. Montepeque, ospite all'assemblea annuale dell'Unione petrolifera oggi a Roma, ha accettato di farsi intervistare dal Sole 24 Ore.
Sul mercato si osserva qualche segno di distruzione della domanda di petrolio: non basterà a frenare i prezzi?
In realtà per capire le reazioni della domanda bisogna focalizzarsi sui prezzi al consumo. E, almeno in Europa, i carburanti sono pesantemente tassati. Se le stesse tasse gravassero sul greggio, il suo prezzo non sarebbe di 120 ma di 350-400 dollari al barile.
Un prezzo enorme: la domanda dovrebbe risentirne.
In realtà non ne risente abbastanza da far scendere il prezzo del petrolio. Negli Usa la benzina costa molto meno che da noi, perché ci sono meno tasse. E comunque in nessun Paese i carburanti replicano gli aumenti del greggio: se il barile sale da 100 a 120 $, il prezzo al consumo della benzina non sale del 20, ma del 5 per cento.
I tempi di reazione si allungano dunque?
Bisogna guardare anche ad altri fattori. Durante il credit crunch, ad esempio, il calo della domanda petrolifera c'è stato. Ma a provocarlo non sono stati tanto i prezzi alti, quanto il deterioramento delle condizioni economiche. Ora però l'economia va meglio: a Oriente la crescita è molto forte, anche Africa e America Latina stanno crescendo. È vero che gli Usa crescono poco e che in Europa crescono solo alcuni Paesi. Ma a livello globale i consumi petroliferi salgono. Non siamo più noi, americani ed europei, a guidare la domanda energetica, ma le economie emergenti. Il che ci mette in difficoltà, perché non abbiamo alcuna influenza su quei mercati.
Non abbiamo proprio nessuna possibilità di contrastare il caro-petrolio?
Beh, potremmo crescere ancora meno. Ma non mi sembra una soluzione auspicabile. Un'altra via è adottare una politica monetaria restrittiva: con una minore liquidità, le materie prime forse salirebbero meno. Oppure dovremmo aumentare la produzione di greggio, ma gli investimenti vengono decisi in base alla redditività. E molti Paesi stanno aumentando le tasse anche a carico delle compagnie petrolifere. Purtroppo, da una prospettiva europea, possiamo solo guardare cosa succede nei Paesi emergenti e regolarci di conseguenza.
Che ruolo ha la speculazione nel guidare i prezzi?
Le premesse per un rally ci sono a prescindere dalla speculazione. Il mercato è in una condizione di stress: la produzione cresce poco e in più sono venute meno le forniture dalla Libia, mentre la domanda in Asia ha un ritmo di crescita folle.
Quanta responsabilità ha invece l'Opec?
I membri dell'Opec hanno la stessa responsbilità di qualsiasi altro Paese: devono pensare ai loro cittadini, ai loro obblighi interni. Stanno facendo quel che è bene per loro. E comunque non tutti sono in grado di fare qualcosa: pochi hanno un eccesso di capacità produttiva.
Fonte www.sole24ore.com
15 giugno 2011
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