lunedì 28 febbraio 2011

Fotovoltaico, il governo ormai in stato confusionale, vorrebbe abrogare di fatto il conto energia 2011.

Ad oggi sono gia' stati incentivati impianti fotovoltaici per 3700 MW di potenza cumulativa, altri impianti per 3770 MW hanno chiesto di usufruire della 129/2010 (incentivi 2010 per impianti installati nel 2010 ma allacciati nel 2011). In realta' qualcuno di questi ultimi impianti ha gia' fatto domanda di incentivo ed e' compreso tra i 3700 MW incentivati. Pero' ufficialmente (con una asseverazione di un tecnico abilitato) sono stati gia' installati impianti per almeno 6000/6500 MW di potenza cumulativa.
Entro questa settimana Il governo, a quanto si e' capito, porra' l' obiettivo gia' esistente di 8000 MW nel 2020 come LIMITE VINCOLANTE delle incentivazioni (vincolo che prima non esisteva). Non sono previste eccezioni se non per impianti gia' autorizzati. Insomma, se saranno raggiunti 8000 MW il giorno prima dell' autorizzazione di un impianto questo non avra' incentivi.Non e' possibile prevedere quando sara' raggiunto questo limite (a dicembre nel giro di un mese sono spuntati improvvisamente 4000 MW), ma si prevede nell' anno in corso. Questa decisione annulla di fatto il conto energia 2011 che prevedeva incentivi fino al 2013 , con un limite vincolante di 3000 MW (ma solo per questo incentivo 2011) e 14 mesi di tempo ,dopo il raggiungimento di questo limite, per terminare gli impianti ormai progettati (anche quelli ancora non autorizzati). Sulla base di questo conto energia della durata di tre anni sono stati fatti investimenti e anche progetti di vita (anche se limitati ai prossimi tre anni). Io credo che Berlusconi cadra' prima del raggiungimento di 8000 MW di potenza fotovoltaica e si rimediera' a questo, ammesso che venga approvato cosi' (cosa che mi sembra assurda,nelle rinnovabili lavorano anche molti elettori di Berlusconi). Vi segnalo comunque l' ennesimo atto di questo governo che dimostra una scarsa lucidita' e molta approssimazione.
marcopa
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Colpo di spugna sul conto energia ?

C’è il rischio di una moratoria degli incentivi al fotovoltaico in Italia. E’ quanto si intuisce dalla bozza del decreto legislativo per il recepimento della direttiva rinnovabili 2009/28/CE. Il Consiglio dei Ministri dovrebbe approvare mercoledì il provvedimento. Il mondo del fotovoltaico e ambientalista è sul piede di guerra.

Lo avevamo ipotizzato viste le bordate di Confindustria e Autorità contro gli incentivi alle rinnovabili e al fotovoltaico in particolare e la probabile reazione emotiva per gli effetti del decreto "Salva Alcoa": ora c’è il rischio di una moratoria degli incentivi al fotovoltaico in Italia. E’ quanto si legge dalla bozza del decreto legislativo per il recepimento della direttiva rinnovabilI 2009/28/CE. In particolare sul fotovoltaico l’articolo 23 comma 11 lettera d) prevede che: “a decorrere dal 1 gennaio 2014 viene abrogato il conto energia. Nel caso di raggiungimento anticipato dell’obiettivo specifico per il solare fotovoltaico, fissato a 8.000 MW per il 2020 è sospesa l’assegnazione di incentivi per ulteriori produzioni da solare fotovoltaico fino alla determinazione, con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del mare, sentita la Conferenza unificata, di nuovi obiettivi programmatici e delle modalità di perseguimento”. Il Consiglio dei Ministri dovrebbe approvare giovedì 3 marzo il provvedimento che rischia di bloccare inoltre anche lo sviluppo dell'eolico (ma di questo parleremo in un altro articolo).

Il rischio è forte, poiché l’obiettivo degli 8.000 MW previsto dal Piano di Azione Nazionale verrà raggiunto già entro l’estate (tra impianti collegati e in via di collegamento si superanno a fine primavera i 7 GW) e un provvedimento di questo tipo porterebbe oggi stesso a un blocco da parte delle banche dei finanziamenti di nuovi impianti visti i lunghi tempi di connessione e una corsa al fotofinish per accaparrarsi gli centinaia megawatt a disposizione. Già l’effetto annuncio di questo provvedimento avrà creato il panico. Inoltre, aspetto gravissimo, si avrebbe un impasse totale di un comparto che in questi due anni ha avuto la caratteristica, unica nell’industria nazionale, di essere anticiclico. Secondo le diverse valutazioni il fatturato 2010 del settore FV dovrebbe attestarsi tra 25 e 40 miliardi di euro, quindi più del 2% del Pil 2010.

Certo, una rivalutazione delle tariffe andrà fatta rapidamente, anche per accompagnare la tecnologia alla grid parity, ma con questo colpo di spugna si rischia di affossare migliaia di posti di lavoro e distruggere il lavoro di anni di centinaia di aziende che rappresentano una concreta realtà economico-produttiva e occupazionale di questo paese.

Con il raggiungimento degli 8.000 MW di potenza alcuni operatori hanno valutato che letasse annuali pagate dal settore (sugli utili e sul personale) ammonterebbero in totale a circa 2 miliardi di euro, mentre quelle pagate dai soggetti responsabili degli impianti saranno di ulteriori 0,5 miliardi di euro, a fronte di costi previsti in bolletta per circa 3,7 miliardi di euro. Il bilancio migliora se si considerano le multe evitate per le minori emissioni di CO2 rese possibili dalla diffusione del fotovoltaico e i costi evitati per la cassa integrazione (chiusura di aziende e licenziamenti) che viene pagata dallo Stato.

Perché il fotovoltaico fa così paura ai poteri energetici tradizionali? Forse perché, con i consumi elettrici attuali (300 TWh) già 8 GW di potenza installata rappresenterebbero una quota di produzione sul totale consumato piuttosto importante, cioè quasi il 3%? E se si puntasse, come sarebbe giusto, a 20 GW al 2020? Consideriamo che la Germania ha un obiettivo nazionale a fine decennio di 52 GW fotovoltaici.

Considerando che gli incentivi dovranno decrescere, come è tipico di ogni conto energia (o feed in tariff), con il primo obiettivo di 8 GW il costo sulla bolletta annuale per ogni famiglia non dovrebbe superare 28 euro; ma computando tutti i benefici che il settore verserà alle casse statali, questa spesa sarà inferiore ai 10 euro all’anno.

In merito agli incentivi, alcune associazioni del rinnovabili, come Ises Italia e Kyoto Club, ritengono sensato "sostituire l’ipotesi di adeguamento triennale degli incentivi con un meccanismo permanente per il loro adeguamento, correlato a parametri certi, come l’andamento dei costi a livello europeo delle singole tecnologie, del prezzo del kWh nel caso elettrico e del gas in quello termico, da definire all’interno del processo di revisione complessiva degli incentivi”.

Nelle prossime ore segnaleremo tutte le posizioni del mondo del fotovoltaico e le contromisure a questo scellerato provvedimento che speriamo venga immediatamente cancellato.

Leonardo Berlen
28 febbraio 2011

fonte www.qualenergia.it

giovedì 24 febbraio 2011

La Libia,le tre scimmiette,Confindustria e i pacifisti

di Umberto Mazzantini

LIVORNO. Dalla Libia arrivano le immagini orripilanti di un genocidio nel quale un regime folle sprofonda il suo popolo nelle fosse comuni e nel sangue. Al Arabiya parla di 10mila morti, altri di 50.000. Bengasi si è liberata e i mercenari di Gheddafi bombardano Zawia, mentre gli insorti marciano verso Tripoli, dove le guardie pretoriane del dittatore e i fedelissimi del regime hanno già inondato le strade del sangue dei ribelli. Obama si dice sdegnato, mentre il nostro governo balbetta e invoca pacificazione davanti al massacro di un popolo, e pare più più preoccupato per il gas e il petrolio, per i lucrosi affari di Stato e per il crollo del muro anti-immigrati fatto di omicidi, vessazioni e torture, che Gheddafi aveva costruito con i nostri soldi e le nostre armi...

In tutto questo fa certamente bene leggere sul Sole 24 Ore di oggi l'articolo "Tre scimmiette nel deserto" di Christian Rocca che sottolinea il pilatismo complice del nostro governo e conclude: «L'idea del ministro Franco Frattini, secondo cui non è compito dell'Europa interferire negli affari interni della Libia, non è solo miope, sbagliata e fondata sull'illusione che il regime alla fine si salverà. È anche diametralmente opposta a un'ormai consolidata politica estera italiana, condivisa dai governi di centro-sinistra (Somalia, Serbia, Albania, Libano) e di centro-destra (Iraq e Afghanistan) e incentrata sul diritto all'ingerenza democratica e sul dovere d'intervenire per fermare i massacri a pochi chilometri di distanza da casa nostra», Ma fa male leggere sullo stesso giornale il furbesco cerchiobottismo del breve articolo non firmato (e quindi attribuibile alla direzione) intitolato "Non commuove il dolore della Libia" che, come per un ormai collaudato riflesso condizionato, se la prende con i pacifisti italiani: «Stupisce che questa mattanza stia passando nel silenzio assordante di associazioni, organismi, enti sempre impegnati in prima fila quando bisogna, meritoriamente, difendere i diritti dei popoli oppressi in tutto il mondo. Fino ad oggi non abbiamo avuto notizia di condanne, né alte né basse, da parte di nessuno. Niente manifestazioni, nessuna bandiera della pace esposta, nessun corteo pacifista. Niente strali perché nessuno tocchi Caino. Eppure, al contrario, i manifestanti libici stanno cercando di liberarsi del Colonnello Gheddafi, uno dei dittatori più sanguinari dell'ultimo secolo. Sarà la stanchezza, sarà la rassegnazione, ma per i morti in Libia s'ode un silenzio assordante».

Più che assordato il giornale della Confindustria sembra sordo e cieco, perché le voci delle associazioni pacifiste e per i diritti umani si erano levate (e si levano) da anni in tutto il mondo, purtroppo inascoltate dagli imprenditori "pragmatici" che con il regime genocida Libico facevano (e fanno) affari d'oro. Non avevano visto gli industriali italiani, fin dal tempo di Gheddafi nella Fiat e nella Juventus, cosa succedeva nella nostra ex colonia? Non avevano capito quale era il prezzo dei loro affari quando seguivano in codazzi festanti il nostro capo del governo nelle tende beduine del dittatore? Non avevano capito quanto sangue, dolore, ingiustizia e sopraffazione c'era dietro l'accordo Libia-Italia che hanno calorosamente applaudito e che, in cambio della repressione dei migranti e dei danni di guerra per il colonialismo fascista, dava all'Italia ed alle industrie parastatali e private, appalti miliardari per costruire autostrade di regime e per trivellare altro gas e petrolio? Cosa pensavano gli industriali italiani quando, scortati da Berlusconi e dai suoi ministri, stringeva sorridente la mano di Gheddafi in occasione delle sue visite romane con tende, cavalli e hostess al seguito che ci hanno resi ridicoli (ancora una volta di più) davanti al mondo? Qualcuno si ricorda un qualche adirato commento confindustriale in occasione del baciamano di Berlusconi a Gheddafi in Libia che sta facendo il giro del web come dimostrazione dell'assoluta complicità del nostro governo con l'aguzzino di Tripoli?

Probabilmente tra le tre scimmiette del deserto Confindustria è la più grossa e la più cieca, sorda e muta nello stesso tempo... altro che prendersela con i pacifisti che posizione contro Gheddafi e il suo vergognoso regime l'hanno presa.

Non è un caso se i primi a scappare dalla Libia in fiamme siano stati gli italiani e i cinesi, ma con una differenza: noi siamo ancora una democrazia, la Cina è una dittatura che fa affari indifferentemente con tutte le dittature senza chiedere in cambio certo il rispetto dei diritti umani o la libertà di stampa, di riunione e di voto. Anzi in quel che succede nel mondo arabo e nelle sue rivoluzioni c'è anche un'altra differenza tutta italiota, che un forse malinteso amor di patria (o speriamo una tardiva vergogna) hanno fatto sparire dalle pagine di quasi tutti i nostri giornali: il nostro Paese, l'Italia, è il primo partner commerciale della Libia, ma era anche il primo partner commerciale della dittatura tunisina di Ben Ali (circa 500 aziende italiane nel più piccolo Paese del Nord Africa) e il secondo partner commerciale della dittatura egiziana di Hosni Mubarak. Non lo sapevano Confindustria e il Sole 24 Ore che l'Italia e la sua imprenditoria globalizzata stavano collaborando, arricchendo e sostenendo alcuni «Dei dittatori più sanguinari dell'ultimo secolo»?

Il Sole 24 Ore riesce a vedere qualche sostanziale differenza etica e di approccio politico tra questi due comunicati di Federpetroli e Legambiente? Fra un'associazione di imprenditori ed una dichiaratamente pacifista?

Dice il presidente FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, che sta monitorando ora per ora la situazione libica: «Secondo le fonti a noi pervenute e la situazione che in meno di 24 ore è evoluta, in Libia sono iniziate azioni di bombardamento su diverse città, a questo punto il rischio è evidente per il fattore umano in primis e, per tutte le infrastrutture presenti in Libia. Come nella Guerra del Golfo, se la posizione del Rais libico sarà ormai senza via di uscita, non ci sarà scelta su chi e dove bombardare, il danno alle infrastrutture energetiche sarebbe incalcolabile per milioni di euro, la preoccupazione non sarà più quella della fonte di approvvigionamento».

Dice Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente: «La comunità internazionale non può rimanere in silenzio di fronte a un tale genocidio. Imbarazzante il comportamento dell'Italia. Si aprano le frontiere e si predisponga invece, un idoneo e immediato intervento. Mentre si consuma un eccidio senza precedenti in Libia, l'unica preoccupazione dell'Italia è quella che non si rompa la "diga anticlandestini", creata con il trattato Italia-Libia. Siamo imbarazzati dai rapporti e dalle convenzioni stabilite dal nostro Paese con il colonnello Gheddafi sulla "prevenzione clandestina", dietro cui si nascondono continue violazioni dei diritti umani. E' necessario che il nostro Paese accolga l'appello dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati e apra le frontiere nazionali e ci si schieri concretamente a favore di un intervento immediato della Comunità internazionale per fermare al più presto questo genocidio».

E' evidente chi pensa al petrolio e chi al popolo libico, e non da ora. Forse quella del Sole è una voluta cantonata, un espediente polemico per evitare un'autocritica che sarebbe necessaria, perché con i morti per le strade e gli imprenditori italiani che scappano da Tripoli la miglior difesa non è certo l'attacco al presunto disinteresse dei pacifisti che hanno sempre gridato nel deserto muto e sordo della politica e dell'imprenditoria italiana, mentre nelle tende beduine di Gheddafi le tre scimmiette si tappavano occhi, orecchi e bocche e facevano la fila festose per firmare accordi petroliferi e per vendere le armi che oggi vengono usate per uccidere chi chiede libertà e pace.

Fonte www.greenreport.it

Brent 113,92 - WTI 100,50 pil prezzo del petrolio vola

Alle 11.36 del 24 febbraio 2011 il prezzo del petrolio Brent e' 113,92 $/b mentre il WTI ha superato la soglia di 100 $/b. Il prezzo del petrolio Brent e' il prezzo delle contrattazioni sul mercato europeo e solitamente e' leggermente inferiore al prezzo del WTI o comunque le differenze tra i due prezzi non sono mai di queste dimensioni. Questo fenomeno dell' aumento del Brent dura almeno da 5 settimane ed ora in coincidenza con la crisi libica il prezzo ha toccato i suoi massimi dal settembre 2008.
La coincidenza tra aumento, anomalo o inaspettato del Brent, e sommovimenti nel NordAfrica arabo puo' portare ad un aggravamento in tempi rapidi della crisi economica. Con pazienza e costanza dobbiamo pero' ricordare che il problema dei limiti della produzione di greggio e del prossimo declino della stessa porta inevitabilmente all' aumento dei prezzi delle fonti fossili che avverra' con accelerazioni improvvise e arretramenti dell' economie mondiali.

lunedì 21 febbraio 2011

Dalla Libia il 38% del petrolio consumato in Italia

Adesso parliamo due minutini della Libia. La prima volta che accadde, su Petrolio, fu in questo post che diceva semplicemente:

L'Italia è il primo partner commerciale della Libia.
Attraverso il gasdotto Greenstream, il più lungo del Mediterraneo (520 km. da Mellitah a Gela), inaugurato da Berlusconi e Gheddafi il 7 ottobre 2004, arrivano dalla Libia in Italia circa 8 miliardi di metri cubi di gas l'anno.
Il gasdotto fornisce un decimo del nostro fabbisogno nazionale di gas.
Il gas viene estratto dai giacimenti di Wafa, nel deserto del sud, in compartecipazione al 50% tra l'ENI (presente nel Paese dal 1959) e la compagnia libica NOC.

La Libia fornisce il 38% del fabbisogno nazionale italiano di petrolio. E ho detto tutto.

Dice tutto anche oggi, pare a me.

La situazione libica è per noi molto più oscura rispetto all'Egitto. Anzitutto, la diffusione di Internet è talmente limitata da impedire l'uscita di informazioni dirette ed in tempo reale come accadeva al Cairo. Poi, la presenza stessa di Al Jazeera e di altre televisioni è al momento piuttosto ristretta. Infine la repressione in atto, assai più drammatica rispetto a quella soft attuata dal pur vituperato Mubarak, rende tutto più difficile. La sensazione è anche quella che i Paesi occidentali stiano ancora cercando di capire cosa diamine avviene: è una rivolta eterodiretta da qualcuno, per scalzare infine l'arcinemico Gheddafi approfittando dell'epidemia rivoluzionaria che colpisce il nordafrica? Oppure è una rivolta spontanea, ma che si configura comunque come un'occasione da non perdere per riprendersi il Paese e soprattutto i suoi ricchi giacimenti, e il solito qualcuno sta frettolosamente pianificando il dopo-Gheddafi? Sicuramente non è da escludere.

Occorre anche fare i conti con un elemento importante di questa anomala rivolta, ovvero le divisioni etniche in seno alla Jamahiria. Cirenaica, Fezzan, Tripolitania sono regioni diverse unite dalle insensatezze del colonialismo, che stanno cogliendo l'occasione per rinfocolare vecchie ruggini.

Insomma, fare valutazioni sulla situazione interna libica è alquanto arduo. Possiamo quindi per il momento riporre le bandiere rosse, il sol dell'avvenir, e il buonismo dilagante sui media per soffermarci sui fatti nostri.

Come sottolineato all'inizio, la Libia non è un Paese povero e privo di risorse, e soprattutto contribuisce a tenerci al caldo, a fornirci energia elettrica e a far camminare le nostre automobili. Se dovesse restare in una condizione di tumulto permanente potremmo averne pesanti conseguenze. Se invece Gheddafi dovesse cadere, chiunque lo sostituirà come prima cosa metterà le mani sui giacimenti e rivedrà tutti gli accordi in essere. Posto che si tratterà di un anti-Gheddafi, sia se espressione della volontà popolare rivoluzionaria che in alternativa come espressione dell'occidente, il risultato è che saranno cavoli amarissimi: il nostro governo è pappa e ciccia con Gheddafi da sempre, non saremo certo i primi della lista a godere delle nuove concessioni. C'è una fila lunga chilometri che attende da anni, e che noi abbiamo spernacchiato per troppo tempo. Non resta che confidare nella diplomazia ENI che dovrà fare i salti mortali.

In alternativa, toccherà andare a spezzare le reni alla Libia. Pronti a partire?

Fonte blog Petrolio di Debora Billi

Energie, Benin:les presidents du Togo et Bènin ont inaugurè le post d' interconnession Togo-Benin

Hier, mercredi 02 février 2011 à Parakou au Bénin, les présidents Faure Gnassingbé du Togo, l’actuel président de l’UEMOA, et Yayi Boni du Bénin ont inauguré le poste d’interconnexion Togo-Bénin. Cette inauguration vient renforcer celle de juin 2009, où les deux chefs d’Etats avaient déjà ensemble inauguré à Kara, ville située au nord du Togo, le centre de transformation de la compagnie électrique du Bénin(CEB).
La mise en place de ces deux postes permettra d’offrir en qualité suffisante de l’énergie aux régions nord des deux pays voisins et amis.
Après l’inauguration, de retour à Cotonou, dans la capitale béninoise, dans la soirée avant un dîner de gala, le Président togolais Faure Gnassingbé a été fait commandeur de l’ordre du bénin par son homologue béninois Yayi boni.

Fonte www.africa-times-news.com

martedì 15 febbraio 2011

Petrolio Brent 18$ (20%) piu' alto del WTI, chi ci spiega i motivi ?

Petrolio Brent 18 $ (20%) piu' alto del WTI,chi ci spiega perche' ?


Il 15 febbraio alle 12,15 il Brent era 103,72$/b,il WTI 85,33$/b. L' ultima spiegazione data a questa differenza e' sul Sole24ore di oggi, che scrive di acquisti alti dalla Cina (che evidentemente sono piu' influenti su questo mercato) e tensioni in Medio Oriente (che dovrebbero pero' influire anche sul WTI che invece sta scendendo).
Quando e' iniziata la divaricazione tra i due mercati, quello europeo (Brent)e quello americano (WTI) la prima spiegazione e' stata l'incidente all' oleodotto Bp in Alaska che avrebbe interotto le forniture di greggio simile al Brent. Ma l' oleodotto e' stato riparato da tempo, alcune settimane, e la forbice invece aumenta sempre. Quindi evidentemente non era questo un motivo valido.
Altra tesi: le scorte USA abbondanti mentre il Brent viene venduto alla Cina che sta incrementando di molto gli acquisti. Gli incrementi cinesi sono veri, la stagnazione Usa non e' superiore alla stagnazione europea, ma se davvero il greggio destinato alla Cina viene da questo mercato questa potrebbe essere una delle cause della forbice.
Altro che viene detto: il Brent non include (o include) la consegna fisica e
le rivolte popolari arabe, che mettono in fibrillazione il Medio Oriente. Eventuali problemi nella produzione e trasporto in questa cruciale zona del mondo avrebbero ripercussioni piu' sul mercato europeo che in quello statunitense. Argomentazione non molto convincente perche' dal Medio Oriente viene almeno il 33% del greggio mondiale, ci sono il 60% dei giacimenti dichiarati, quindi eventuali problemi avrebbero ripercussioni su tutto il mercato del petrolio, compreso quello statunitense. Mentre ripeto il WTI e' sceso da un prezzo di 90$/b,raggiunto a inizio rivolta egiziana, a 85$/b di oggi
Nessuna ipotizza come una possibile causa il declino della produzione del greggio nel Mar del Nord Europa, greggio che dovrebbe essere la principale fonte di questo mercato. In questa zona il picco produttivo e' stato gia' superato e il declino e' piu' rapido del previsto.
Questo e' quel poco (molto poco) che si dice per spiegare un fenomeno (la forbice crescente tra Brent e Wti) che sta diventando rilevante (molto). Credo che le dimensioni di questa differenza meriterebbero una attenzione maggiore di analisti e osservatori

Marco Palombo

venerdì 11 febbraio 2011

Quanto pesano sulla bolletta gli incentivi alle fonti rinnovabili,nucleari,pseudoassimilate

Fotovoltaico, Cip6, nucleare e il peso della bolletta

Il GSE conferma i numeri impressionanti sul fotovoltaico e l'Autorità per l'Energia attacca gli incentivi alle fonti rinnovabili per il loro peso in bolletta. Poco si dice però sugli aiuti ad altre fonti sporche che ci costano altrettanto e del rischio che dal ritorno al nucleare ci potrà arrivare una nuova stangata.
Continua la polemica sul peso degli incentivi alla rinnovabili elettriche e si incrocia con quella sui numeri del fotovoltaico. Nelle settimane scorse il GSE aveva diffuso dati impressionanti sugli impianti fotovoltaici che avranno diritto alle tariffe 2010 secondo la legge “Salva Alcoa”: circa 4.000 MW per 55mila richieste. Erano seguite le obiezioni delle associazioni secondo cui i numeri del Gestore sarebbero gonfiati da richieste fasulle e dunque forieri di inutile allarmismo. Secondo Assosolare in realtà nel 2010 non si sarebbero installati più di 1,5 GW (Qualenergia.it, Assosolare: le stime GSE sono esagerate), anche Aper, Fiper e Gifi hanno invitato alla cautela e a controllare bene le stime. L'altro ieri però il GSE confermava sostanzialmente i numeri (54.106 impianti, per una potenza totale dichiarata di 3.771 MW, vedi tabelle in allegato).

Cifre che potrebbero anche aumentare visto che c'è tempo per inviare le domande di ammissione agli incentivi 2010 fino al termine del mese di febbraio, ma che andranno anche scremate, tramite i controlli che il GSE sta operando, da quelle pratiche false e speculative, che hanno dichiarato mentendo di aver finito i lavori entro il 31 dicembre 2010. Quali saranno i numeri definitivi insomma lo sapremo solo tra diversi mesi, ma intanto i dati GSE hanno gettato benzina sul fuoco del dibattito sul peso degli incentivi alle rinnovabili. Una polemica che ha avuto una nuova spinta nei giorni scorsi con la presentazione al Governo della relazione sullo stato del mercato dell'energia da parte dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas (vedi allegato).

Gli incentivi, dice il documento, prevedono un prelievo complessivo che è passato dai 2,5 miliardi di euro del 2009 ai 3,4 del 2010, mentre nel 2011 potrebbe arrivare fino ai 5,7 miliardi totali (vedi grafici). Nell’illustrare i numeri, il GSE suggeriva di rivedere, appunto, il sistema di incentivazione «per attenuare l’impatto che tali costi determinano sulle bollette di famiglie e imprese e rendere le incentivazioni maggiormente efficienti», mettendo sul banco degli imputati soprattutto il fotovoltaico e il Cip6/92.

Non si sono fatte attendere le reazioni degli ambientalisti. Greenpeace, Legambiente e Wwf in un comunicato congiunto esprimono "grave preoccupazione per un attacco che mette in discussione il raggiungimento degli obiettivi europei al 2020". L'Autorità, fanno notare le associazioni, trascura l'impatto macroeconomico e occupazionale dello sviluppo delle rinnovabili che "fa sì che i maggiori costi abbiano effetti netti positivi, oltre che sull'ambiente, anche sull'economia (da 23 a 27 miliardi di euro al 2020 secondo lo studio IREX 2010)". Si ricorda poi come anche l'Europa abbia indicato chiaramente che il costo delle rinnovabili debba essere a carico dei consumatori di energia e non della fiscalità, per evitare effetti stop and go.

E poi si fa notare come un peso ben più grande sulle bollette potrebbe averlo l'atomo, soprattutto per quell’articolo 17 del decreto legislativo 31/2010 che prevede che chi costruirà le centrali venga rimborsato in caso di ritardi nei tempi di realizzazione degli impianti da lui indipendenti. "Per due reattori EPR localizzati in un sito, una simile copertura potrebbe comportare oneri fino a diversi miliardi di euro. Soldi buttati. Inoltre – continua il comunicato - perché l’Autorità non diffonde i dati su quanto ha pagato finora il contribuente italiano per il nucleare? I costi del passato gravano ancora sulla nostra bolletta, ma questo non scandalizza l’Authority, e a quanto ci risulta ammontano a circa 400 milioni di euro l’anno."

Poi andare a guardare il peso che sulle nostre bollette hanno incentivi a fonti sporche e altri costi d'altra parte è sempre istruttivo (Qualenergia, Quella parte oscura della bolletta elettrica). Su una bolletta di 425 circa 16,4 € dei 31 legati agli “oneri generali” vanno a pagare il nucleare o l'energia convenzionale (ad esempio attraverso il Cip 6 alle raffinerie) o condizioni di fornitura particolari (come lo sconto a 120 grandi consumatori per il servizio di interrompibilità). Il resto, 15 €, ci permette di sostenere l’avvio dello sviluppo delle fonti rinnovabili.

A livello di Paese scopriamo, guardando la relazione dell'Autorità, che nel 2009 nucleare, assimilate e interrompibilità sono costate circa 2,24 miliardi di euro, contro i 2,1 mld di € per i contributi alle rinnovabili.

Fonte www.qualenergia.it