In questo momento di gravissima crisi finanziaria,che prelude ad un' aggravamento della crisi dell'economia reale, ci stiamo dimenticando del problema greggio. Questa notizia ci racconta la crisi di un operatore nella raffinazione, tra calo di domanda e prezzi altissimi,99$ il WTI, 109 $ il Brent.
marcopa
Petroplus: banche congelano credito "indispensabile", crollo in Borsa
Stop a linea da 1mld $. Gruppo non puo' piu' comprare greggio Ginevra,
27 dic - Petroplus, maggiore raffinatore petrolifero indipendente europeo, ha reso noto che una linea di credito di circa un miliardo di dollari - ritenuta "indispensabile" per poter operare - e' stata congelata dai propri creditori.
Pesante la reazione del titolo in Borsa, dove in tarda mattinata cedeva oltre il 37% a 2,16 franchi, in un mercato che stazionava vicino alla parita'. Il gruppo svizzero, che si trova in stato di crisi a causa della sovraccapacita' che esiste in Europa nel settore, non ha spiegato le ragioni del disaccordo con le banche e comunque ha annunciato "di avere l'intenzione di continuare a trattare con le banche per un rapido ripristino delle linee di credito" e che sta "valutando ulteriori opzioni strategiche per mantenere in attivita' la propria rete europea di raffinazione e distribuzione".
Intanto il suo direttore finanziario, Joseph Watson, ha annunciato che "attualmente non possiamo piu' acquistare petrolio, tenuto conto che ne acquistiamo giornalmente 500 mila barili al giorno". Man- 27-27-12-11 10:40:03
Fonte www.corriere.it
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martedì 27 dicembre 2011
venerdì 28 gennaio 2011
Petrolio, prezzo in discesa e forbice tra Brent WTI
Non vi date pace, finché non saprete il perché continuerete a dannarvi qui nei commenti. Perché il prezzo è sceso, così all'improvviso? Perché questa forbice di prezzo con il Brent?
Beh, qualche ipotesi possiamo cominciare a tentarla. Ad esempio, l'OPEC ha appena annunciato che nel 2011 potrebbe aumentare la produzione fino ad incontrare quel 2% di aumento della domanda previsto per l'anno in corso. Al Naimi, il ministro saudita, ha anche aggiunto che si aspetta che il prezzo nel 2011 resti attorno agli 80$ al barile, e non si ripeta il rally verso i 100$. Tutti hanno salutato con sollievo tale annuncio, ed il prezzo ha reagito di conseguenza. Non possiamo aspettarci che i mercati vadano a studiarsi i dati di produzione o che leggano TOD: si fidano degli annunci OPEC. Anche se non è la prima volta che OPEC "annuncia" aumenti di produzione che poi NON realizza (Qui abbondanza di vecchi post in proposito-qui un significativo post).
E per quanto riguarda la forbice WTI-Brent? Pare che sia dovuta ad un surplus di produzione canadese -a ovest- contrapposto ad un aumento della domanda cinese -a est-. E siccome ancora non hanno inventato un sistema per vendere il petrolio canadese ai cinesi (ma abbiate fede), ecco che il tutto si ripercuote sui prezzi.
dal Blog Petrolio di Debora Billi
Beh, qualche ipotesi possiamo cominciare a tentarla. Ad esempio, l'OPEC ha appena annunciato che nel 2011 potrebbe aumentare la produzione fino ad incontrare quel 2% di aumento della domanda previsto per l'anno in corso. Al Naimi, il ministro saudita, ha anche aggiunto che si aspetta che il prezzo nel 2011 resti attorno agli 80$ al barile, e non si ripeta il rally verso i 100$. Tutti hanno salutato con sollievo tale annuncio, ed il prezzo ha reagito di conseguenza. Non possiamo aspettarci che i mercati vadano a studiarsi i dati di produzione o che leggano TOD: si fidano degli annunci OPEC. Anche se non è la prima volta che OPEC "annuncia" aumenti di produzione che poi NON realizza (Qui abbondanza di vecchi post in proposito-qui un significativo post).
E per quanto riguarda la forbice WTI-Brent? Pare che sia dovuta ad un surplus di produzione canadese -a ovest- contrapposto ad un aumento della domanda cinese -a est-. E siccome ancora non hanno inventato un sistema per vendere il petrolio canadese ai cinesi (ma abbiate fede), ecco che il tutto si ripercuote sui prezzi.
dal Blog Petrolio di Debora Billi
giovedì 27 gennaio 2011
Si allarga la forbice del prezzo tra petrolio Brent(mercato europeo) e WTI.
Il mercato petrolifero è convulso e confuso, con Brent e Wti che sembrano avere vite separate. Il riferimento europeo, salito ieri a 97,91 dollari al barile (+2,8%), vale ormai oltre 10 $ più del greggio americano: il differenziale più alto da due anni a questa parte.
In dicembre si era al picco della domanda invernale. Ora si avvicinano, anticipate, le manutenzioni di molte raffinerie, in special modo in Europa. L'unico mercato che registra una solida domanda è comunque quello orientale, con i consumi cinesi stimati in crescita nell'ordine del 10 per cento. Qualche timido segnale di ripresa si osserva negli Stati Uniti, ma in Europa la domanda di prodotti finiti ristagna, I margini sono stati praticamente nulli fino alla scorsa settimana e si attendono nuove chiusure definitive di raffinerie, anche in Italia, come dichiarato dal presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita.
La salita più marcata del Brent ha avuto il risultato di chiudere l'arbitraggio dei greggi da Mare del Nord, West Africa e Nord Africa verso Usa e Far East. Il differenziale è a tal punto invertito che verso il mercato europeo fanno capolino qualità di greggio sudamericane (colombiane, venezuelane e messicani), con i differenziali di qualità sotto forte pressione perché la domanda non permette di assorbire neanche le qualità "locali".
Ieri nemmeno la pubblicazione di dati ribassisti sulle scorte Usa (+4,8 milioni di barili per il greggio, +2,4 per le benzine e -0,14 mb per i distillati) è riuscita a provocare reazioni negative sui prezzi. Sono le agende dei grandi traders a dare la cadenza ai prezzi. Nel breve termine la scommessa è sullo spread Brent-Wti (JpMorgan ne ha teorizzato un allargamento smisurato) e ad alimentarla ci sono le scorte di Wti a Cushing, salite la settimana scorsa di 800mila barili a 37 milioni, ma ancora ben lontane dal limite di 44 milioni di capacità. In passato si era però arrivati al "tutto pieno" senza che lo spread si allargasse così tanto.
Sempre nel breve termine, ma sul fisico, è protagonista la Hetco (Hess Trading) che nelle catene di Forties si è accaparrata almeno 9 carichi per consegna febbraio (ieri girava voce di ulteriori 2 carichi). L'obiettivo era far salire il Brent a pronti (sicuramente le posizioni "di carta" erano più abbondanti della disponibilità fisica), per poi offrire Brent a differenziali calanti, fino a 70 cents di sconto.
Prezzi assoluti in salita, margini in sofferenza e competizione di greggi da altre aree di mercato hanno eroso i differenziali in Europa. Il riferimento sour Ural è crollato a -3,60 $/bbl sul Brent. La prossima settimana i listini per marzo di sauditi, iraniani ed iracheni sono attesi in ribasso di almeno 1 $/bbl rispetto a febbraio. Particolarmente critica la situazione delle qualità pesanti, con domanda praticamente nulla di bitumi, ed il nuovo listino del siriano pesante Souedie a 9,25 $/bbl di sconto sul Brent, vicino ai minimi storici.
Difficile fare previsioni quando i fondamentali non contano più nella definizione dei prezzi. La proposta Volcker per limitare l'impatto della finanza Usa sui mercati a termine prende ancora tempo ed è nel mirino dell'opposizione repubblicana che protegge Wall Street. Anche in Europa si guarda con preoccupazione alla distorsione dei prezzi delle materie prima e il presidente francese Sarkozy è solo l'ultimo in ordine di tempo a sottolinearlo.
Fonte www.sole24ore.com
In dicembre si era al picco della domanda invernale. Ora si avvicinano, anticipate, le manutenzioni di molte raffinerie, in special modo in Europa. L'unico mercato che registra una solida domanda è comunque quello orientale, con i consumi cinesi stimati in crescita nell'ordine del 10 per cento. Qualche timido segnale di ripresa si osserva negli Stati Uniti, ma in Europa la domanda di prodotti finiti ristagna, I margini sono stati praticamente nulli fino alla scorsa settimana e si attendono nuove chiusure definitive di raffinerie, anche in Italia, come dichiarato dal presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita.
La salita più marcata del Brent ha avuto il risultato di chiudere l'arbitraggio dei greggi da Mare del Nord, West Africa e Nord Africa verso Usa e Far East. Il differenziale è a tal punto invertito che verso il mercato europeo fanno capolino qualità di greggio sudamericane (colombiane, venezuelane e messicani), con i differenziali di qualità sotto forte pressione perché la domanda non permette di assorbire neanche le qualità "locali".
Ieri nemmeno la pubblicazione di dati ribassisti sulle scorte Usa (+4,8 milioni di barili per il greggio, +2,4 per le benzine e -0,14 mb per i distillati) è riuscita a provocare reazioni negative sui prezzi. Sono le agende dei grandi traders a dare la cadenza ai prezzi. Nel breve termine la scommessa è sullo spread Brent-Wti (JpMorgan ne ha teorizzato un allargamento smisurato) e ad alimentarla ci sono le scorte di Wti a Cushing, salite la settimana scorsa di 800mila barili a 37 milioni, ma ancora ben lontane dal limite di 44 milioni di capacità. In passato si era però arrivati al "tutto pieno" senza che lo spread si allargasse così tanto.
Sempre nel breve termine, ma sul fisico, è protagonista la Hetco (Hess Trading) che nelle catene di Forties si è accaparrata almeno 9 carichi per consegna febbraio (ieri girava voce di ulteriori 2 carichi). L'obiettivo era far salire il Brent a pronti (sicuramente le posizioni "di carta" erano più abbondanti della disponibilità fisica), per poi offrire Brent a differenziali calanti, fino a 70 cents di sconto.
Prezzi assoluti in salita, margini in sofferenza e competizione di greggi da altre aree di mercato hanno eroso i differenziali in Europa. Il riferimento sour Ural è crollato a -3,60 $/bbl sul Brent. La prossima settimana i listini per marzo di sauditi, iraniani ed iracheni sono attesi in ribasso di almeno 1 $/bbl rispetto a febbraio. Particolarmente critica la situazione delle qualità pesanti, con domanda praticamente nulla di bitumi, ed il nuovo listino del siriano pesante Souedie a 9,25 $/bbl di sconto sul Brent, vicino ai minimi storici.
Difficile fare previsioni quando i fondamentali non contano più nella definizione dei prezzi. La proposta Volcker per limitare l'impatto della finanza Usa sui mercati a termine prende ancora tempo ed è nel mirino dell'opposizione repubblicana che protegge Wall Street. Anche in Europa si guarda con preoccupazione alla distorsione dei prezzi delle materie prima e il presidente francese Sarkozy è solo l'ultimo in ordine di tempo a sottolinearlo.
Fonte www.sole24ore.com
sabato 22 gennaio 2011
Numeri e..previsioni
di Debora Billi
Qualcuno per caso qui si sta chiedendo se il prezzo del barile è destinato ad aumentare ancora?
Beh, ecco un po' di numeri che non promettono per niente bene. Naturalmente non teniamo in considerazione gli speculatori, i rally sulle Borse eccetera, visto che non ne sappiamo nulla: ma i "fondamentali" qualcosa sanno rivelarci.
Ricorda Tom Whipple, che sul piccolo ma autorevole Falls-Church News si occupa spesso di petrolio, che al momento la produzione mondiale di petrolio è a 88,1 barili al giorno, con un consumo corrispondente di... 89,1 barili al giorno. Qualcosa non torna? Infatti. E infatti è confermato come le riserve OCSE siano calate di 8 milioni di barili a Novembre e di altri 33 milioni a Dicembre; come le "riserve galleggianti" mantenute illegalmente nelle petroliere dagli speculatori stiano magicamente svanendo, e soprattutto come l'Arabia Saudita sta aumentando la produzione.
Fino a quando potrà bastare tutto ciò a tamponare la situazione? Se non ci sarà una ripresa economica possiamo farcela, ma cosa accadrà se la ripresa dovesse stimolare la domanda di greggio di altri 2,5 milioni di barili al giorno come previsto, arrivando a sfiorare i 92? Per tacere del fatto che è molto, molto improbabile che i sauditi siano in grado di immettere sul mercato un ulteriore milione di barili e passa così, dalla sera alla mattina.
Non una bella situazione. Per fortuna eravamo stati avvisati da tempo...
Fonte http://petrolio.blogosfere.org
Qualcuno per caso qui si sta chiedendo se il prezzo del barile è destinato ad aumentare ancora?
Beh, ecco un po' di numeri che non promettono per niente bene. Naturalmente non teniamo in considerazione gli speculatori, i rally sulle Borse eccetera, visto che non ne sappiamo nulla: ma i "fondamentali" qualcosa sanno rivelarci.
Ricorda Tom Whipple, che sul piccolo ma autorevole Falls-Church News si occupa spesso di petrolio, che al momento la produzione mondiale di petrolio è a 88,1 barili al giorno, con un consumo corrispondente di... 89,1 barili al giorno. Qualcosa non torna? Infatti. E infatti è confermato come le riserve OCSE siano calate di 8 milioni di barili a Novembre e di altri 33 milioni a Dicembre; come le "riserve galleggianti" mantenute illegalmente nelle petroliere dagli speculatori stiano magicamente svanendo, e soprattutto come l'Arabia Saudita sta aumentando la produzione.
Fino a quando potrà bastare tutto ciò a tamponare la situazione? Se non ci sarà una ripresa economica possiamo farcela, ma cosa accadrà se la ripresa dovesse stimolare la domanda di greggio di altri 2,5 milioni di barili al giorno come previsto, arrivando a sfiorare i 92? Per tacere del fatto che è molto, molto improbabile che i sauditi siano in grado di immettere sul mercato un ulteriore milione di barili e passa così, dalla sera alla mattina.
Non una bella situazione. Per fortuna eravamo stati avvisati da tempo...
Fonte http://petrolio.blogosfere.org
mercoledì 19 gennaio 2011
Petrolio, tra Opec e Aie volano scintille
Volano scintille tra l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) e l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Per mesi l'organismo dell'Ocse e il cartello dei produttori avevano dimostrato una rara sintonia, dicendosi entrambi soddisfatti della stabilità dei prezzi del greggio intorno a 70-80 $ al barile: un livello in grado di stimolare gli investimenti, nel petrolio e nelle energie alternative, senza danneggiare l'economia. Col decollo del barile verso «quota 100» l'armistizio è finito.
L'Aie, sempre più allarmata, ormai da settimane sta sollecitando una reazione da parte dell'Opec, che non ha in calendario altri vertici fino a giugno. La risposta è stata sempre la stessa: il mercato è ben rifornito, inutile aggiungere altro greggio. Ad alzare il livello delle ostilità è stato il segretario generale dell'Opec, Abdalla El-Badri, con un documento in cui attacca l'Aie con toni insolitamente duri: «L'ipotesi che ci sia scarsità è sbagliata (...) Rifornire i media con assunzioni e previsioni non realistiche serve solo a creare confusione e inutili timori». Non basta. «L'Aie dovrebbe essere più coerente», scrive El-Badri, poiché da un lato invoca prezzi alti per limitare i consumi, dall'altro li vorrebbe più bassi per non nuocere alla ripresa. El-Badri rispolvera anche un vecchio cavallo di battaglia dell'Opec, quello secondo cui il caro-carburanti dipende in gran parte dalle tasse: «Se nel 2009 l'Aie suggeriva ai governi di approfittare dei prezzi bassi per alzarle, perché ora non dà il consiglio opposto?».
Tutta retorica? Chissà. Nel rapporto mensile che ha pubblicato ieri – e che ha contribuito a scatenare l'indignazione di El-Badri – la stessa Aie sostiene che l'Opec in realtà starebbe reagendo alla salita dei prezzi: l'Arabia Saudita avrebbe aumentato la produzione negli ultimi sei mesi, arrivando a 8,6 milioni di barili al giorno, invece degli 8,3 mbg dichiarati. In linea con Riad, anche Kuwait e Emirati arabi uniti avrebbero aperto i rubinetti, per rispondere ad un aumento della domanda che l'Aie vede oggi più robusto che in dicembre: le sue stime sono salite di 0,32 mbg sia per il 2010 (+2,7 mbg, a 87,7) sia per il 2011 (+1,4 mbg).
Fonte www.sole24ore.com
L'Aie, sempre più allarmata, ormai da settimane sta sollecitando una reazione da parte dell'Opec, che non ha in calendario altri vertici fino a giugno. La risposta è stata sempre la stessa: il mercato è ben rifornito, inutile aggiungere altro greggio. Ad alzare il livello delle ostilità è stato il segretario generale dell'Opec, Abdalla El-Badri, con un documento in cui attacca l'Aie con toni insolitamente duri: «L'ipotesi che ci sia scarsità è sbagliata (...) Rifornire i media con assunzioni e previsioni non realistiche serve solo a creare confusione e inutili timori». Non basta. «L'Aie dovrebbe essere più coerente», scrive El-Badri, poiché da un lato invoca prezzi alti per limitare i consumi, dall'altro li vorrebbe più bassi per non nuocere alla ripresa. El-Badri rispolvera anche un vecchio cavallo di battaglia dell'Opec, quello secondo cui il caro-carburanti dipende in gran parte dalle tasse: «Se nel 2009 l'Aie suggeriva ai governi di approfittare dei prezzi bassi per alzarle, perché ora non dà il consiglio opposto?».
Tutta retorica? Chissà. Nel rapporto mensile che ha pubblicato ieri – e che ha contribuito a scatenare l'indignazione di El-Badri – la stessa Aie sostiene che l'Opec in realtà starebbe reagendo alla salita dei prezzi: l'Arabia Saudita avrebbe aumentato la produzione negli ultimi sei mesi, arrivando a 8,6 milioni di barili al giorno, invece degli 8,3 mbg dichiarati. In linea con Riad, anche Kuwait e Emirati arabi uniti avrebbero aperto i rubinetti, per rispondere ad un aumento della domanda che l'Aie vede oggi più robusto che in dicembre: le sue stime sono salite di 0,32 mbg sia per il 2010 (+2,7 mbg, a 87,7) sia per il 2011 (+1,4 mbg).
Fonte www.sole24ore.com
mercoledì 12 gennaio 2011
Il Brent sale ancora a 98,7 $/b
Nel sito del sole24ore la chiusura del Brent (ore italiane 19,40) e' a 98,7 $/b,
a questo link
http://petrolio.blogosfere.it/2011/01/5-anni-dal-picco.html
potete trovare un post del blog Petrolio di Debora Billi dove sono mostrati grafici della produzione di petrolio convenzionale, che avrebbe toccato il suo picco nel 2005, e della produzione in Norvegia dove il picco gia' sarebbe stato toccato e la quantita' estratta e' scesa da 4 mb/g a 3 mb/g in un solo anno.
Un lettore esperto di produzione petrolifera sostiene invece che il picco mondiale del convenzionale ancora non e' stato toccato, sarebbe possibile incrementare la produzione di altri 2 mb/g,ma siamo ormai vicinissimi ai massimi.
a questo link
http://petrolio.blogosfere.it/2011/01/5-anni-dal-picco.html
potete trovare un post del blog Petrolio di Debora Billi dove sono mostrati grafici della produzione di petrolio convenzionale, che avrebbe toccato il suo picco nel 2005, e della produzione in Norvegia dove il picco gia' sarebbe stato toccato e la quantita' estratta e' scesa da 4 mb/g a 3 mb/g in un solo anno.
Un lettore esperto di produzione petrolifera sostiene invece che il picco mondiale del convenzionale ancora non e' stato toccato, sarebbe possibile incrementare la produzione di altri 2 mb/g,ma siamo ormai vicinissimi ai massimi.
Il petrolio Brent sale a 98,19 $/b
Sui tempi di ripristino della Trans Alaska Pipeline, che da sabato interrompe il flusso di 600mila barili di greggio al giorno, non c'è ancora nessuna previsione ufficiale, anche se fonti riservate continuano a mostrare ottimismo su un veloce ritorno alla normalità. Ma nel frattempo un altro incidente, ancora non del tutto chiaro, ha spinto Chevron a chiudere la piattaforma di Eugene Island nel Golfo del Messico: lunedì, secondo quanto è emerso da una segnalazione della compagnia al National Response Center, si è sviluppato un incendio durante un'operazione di "flaring". L'ennesima disputa ha intanto spinto la Russia a interrompere dal 1° gennaio le forniture di greggio alla Bielorussia. Infine, nel Nordest degli Stati Uniti, l'area che registra i maggiori consumi di gasolio da riscaldamento, le previsioni meteo annunciavano l'arrivo imminente di nuove, forti nevicate.
Di fronte a un quadro del genere – e con quasi tutte le materie prime in rialzo – non stupisce che anche il petrolio abbia continuato ad apprezzarsi, conquistando nel caso del Brent un nuovo record biennale a 97,61 $/barile (+2%). A sorprendere tuttavia è soprattutto la rapida accentuazione di un fenomeno emerso già da qualche settimana sui mercati petroliferi: il differenziale di prezzo tra il greggio di riferimento europeo e l'americano Wti si è ampliato al punto da superare 7 $ durante la seduta di ieri, il massimo da febbraio 2009.
L'incidente in Alaska, che ha tolto dal mercato un greggio più simile al Brent che al Wti, costituisce solo una parte della spiegazione. Gli analisti attirano l'attenzione anche sull'«ingorgo» che si è nuovamente formato a Cushing – gli stoccaggi al punto di consegna del Wti sono tornati a sfiorare il record storico – e sulle manutenzioni nel Mare del Nord, che stanno viceversa assottigliando le già risicate forniture di petrolio consegnabile all'Ice a fronte dei futures sul Brent. Ma a distorcere le condizioni del mercato starebbe contribuendo anche il crescente interesse degli investitori per il riferimento europeo: alcuni indici di commodities, nelle operazioni di ribilanciamento del paniere attuate proprio in questi giorni, lo stanno in parte sostituendo al Wti.
Fonte www.ilsole24ore.com
Di fronte a un quadro del genere – e con quasi tutte le materie prime in rialzo – non stupisce che anche il petrolio abbia continuato ad apprezzarsi, conquistando nel caso del Brent un nuovo record biennale a 97,61 $/barile (+2%). A sorprendere tuttavia è soprattutto la rapida accentuazione di un fenomeno emerso già da qualche settimana sui mercati petroliferi: il differenziale di prezzo tra il greggio di riferimento europeo e l'americano Wti si è ampliato al punto da superare 7 $ durante la seduta di ieri, il massimo da febbraio 2009.
L'incidente in Alaska, che ha tolto dal mercato un greggio più simile al Brent che al Wti, costituisce solo una parte della spiegazione. Gli analisti attirano l'attenzione anche sull'«ingorgo» che si è nuovamente formato a Cushing – gli stoccaggi al punto di consegna del Wti sono tornati a sfiorare il record storico – e sulle manutenzioni nel Mare del Nord, che stanno viceversa assottigliando le già risicate forniture di petrolio consegnabile all'Ice a fronte dei futures sul Brent. Ma a distorcere le condizioni del mercato starebbe contribuendo anche il crescente interesse degli investitori per il riferimento europeo: alcuni indici di commodities, nelle operazioni di ribilanciamento del paniere attuate proprio in questi giorni, lo stanno in parte sostituendo al Wti.
Fonte www.ilsole24ore.com
lunedì 10 gennaio 2011
Bp inquina anche in Alaska: chiuso il TransAlaskaPipelineSystem
LIVORNO. E' ancora chiuso il Trans-Alaska Pipeline System (Taps), una condotta lunga 1.280 chilometri, che dal giacimento di Prudhoe Bay arriva al porto petrolifero di Valdez, e nessuno sa quando potrà riaprire, dopo che è stata scoperta a Prudhoe Bay uno sversamento che ha costretto le compagnie petrolifere a tagliare del 5% la loro produzione media giornaliera di greggio.
Si tratta del blocco di una delle arterie più importanti del petrolio statunitense, che trasporta dal 12% al 15% della produzione Usa, una linea vitale che però dimostra tutti i suoi 33 anni. Si starebbe valutando la situazione ed elaborando un piano per riavviare in modo sicuro l'oleodotto. Una delle ipotesi sarebbe quella di un bypass della tubazione del Taps. Non ci sono stati feriti e nessun «Impatto evidente per l'ambiente», ha detto la Alyeska Pipeline Service Co che gestisce il Taps e che ha scoperto la falla l'8 gennaio, ma nessuno sa quanto petrolio è fuoriuscito davvero, anche se l'Alyeska assicura che il tutto dovrebbe essere rimasto nella "camicia" di cemento che protegge ‘impianto di Prudhoe Bay.
Lo sversamento è stata scoperto nelle fondamenta di un edificio che contiene le pompe di innesco per Pump Station 1, la stazione di "aspirazione" dell'arteria petrolifera. Il recupero del petrolio è stato avviato almeno 7 ore dopo l'arresto e secondo Alyeska «Il 90% del petrolio, circa 9 barili sui 10 che si sono riversati nell'edificio delle pompe, è stato recuperato ieri». Toby Odone un portavoce della Bp, ha detto che sta all'Alyeska fornire aggiornamenti e si è rifiutato di commentare ulteriormente.
L'oleodotto è già stato fermato più volte, l'ultima delle quali nel maggio 2010, a causa di un black-out in una stazione di pompaggio causato da una serie di eventi che provocarono la fuoriuscita di 5.000 barili di petrolio da una cisterna di stoccaggio della Pump Station 9, a 105 miglia a sud di Fairbanks. Nel 2006 da una condotta corrosa uscirono 212.252 galloni di greggio nel campo petrolifero di Prudhoe Bay.
L'Alyeska, fondata nel 1970, è di proprietà delle compagnie petrolifere che hanno interessi nell' Alaska North Slope, la terza più grande regione per la produzione di petrolio negli Usa dopo il Golfo del Messico e il Texas, tra i proprietari della pipeline ci sono multinazionali già tristemente note per disastri petroliferi come Bp, ConocoPhillips e Exxon Mobil. La Bp, fresca protagonista del più grande disastro ambientale della storia Usa nel Golfo del Messico, ha il 46.93% delle azioni dalla Alyeska Pipeline, Exxon Mobil il 20,34%e ConocoPhillips il 28,29%.
Quote minori vanno alla Koch Alaska Pipeline Company dei famigerati fratelli Koch (3,08%) e ad Unocal (1,36%). La società della Big Oil ha sede ad Anchorage e conta circa 900 dipendenti. La prima concessione trentennale per i terreni federali scadeva nel 2004, ma nonostante le proteste è stata rinnovato per altri 30 anni nel 2002L'incidente ha provocato un taglio della produzione di greggio della Bp nell'Alaska North Slope del 95% su 410.000 barili al giorno. Nel 2009 Prudhoe Bay e gli altri campi petroliferi dell'Alaska sono stati la più grande fonte di greggio per la Bp nell'emisfero occidentale dopo il Golfo del Messico. Dall'Alaska viene un barile ogni 14 di quelli estratti dalla Bp in tutto il mondo che ha partecipazioni in altri 20 campi petroliferi del North Slope dell'Alaska e in almeno 4 quattro pipeline.
La sorveglianza sulla gestione della Taps è affidata dal Dipartimento degli interni Usa al Joint pipeline office (Jpo), un consorzio di tredici agenzie federali e statali. Tutte le operazioni della Taps dell'Alyeska sono state automatizzate e centralizzate per ridurre i costi per barile spedito dopo la perdita di produttività succeduta al picco dio 2 milioni di barili al gioorno raggiunto nel 1988 a oltre 2 milioni di barili al giorno, da allora la produzione di greggio a Prudhoe Bay e in altri giacimenti dello North Slope si è ridotta notevolmente. Gli ambientalisti e diversi tecnici sostengono che le modifiche operative apportate dall'Alyeska pongono rischi per la sicurezza, critiche che dopo l'incidente di agosto hanno portato Kevin Hostler a dimettersio dalla presidenza di Alyeska, sostituito dal primo gennaio dal vice ammiraglio in pensione della Coast Guard Usa Thomas Barrett che è anche l'ex capo del Department of transportation's pipeline and hazardous materials administration Usa, con una commistione tra controllori e controllati che è sempre più frequente anche in America.
Il blocco che del Taps per ora non ha ridotto il traffico delle petroliere nel porto di Valdez, non c'è quindi pericolo immediato di un calo dei rifornimenti di petrolio, ma la borsa non l'ha comunque presa bene: l'Oil futures a New York è salito del 2,2% a 89,98 dollari al barile. Un rapporto di Villanova, dello Schork Group Inc, dice che «Elevati livelli di incertezza porteranno gli operatori ad arrampicarsi sugli specchi per coprire gli obblighi di fornitura e riferendosi al Taps ha aggiunto: «Non crediamo che la notizia così com'è è sia sufficiente a spingere il greggio sopra la barriera di 100 dollari. Le raffinerie dipendenti dal greggio dell'Alaska hanno probabilmente un "cuscino" di scorte per almeno diverse settimane».
Quel che è certo è che il nuovo incidente è anche un nuovo colpo all'immagine della Bp e che nella seconda metà del 2010 il prezzo del greggio è salito del 21% e il 3 gennaio è arrivato a 92,58 dollari al barile, puntando (e speculando) sulla ripresa e del consumo di carburanti negli Usa, il Paese del mondo che consuma più petrolio.
Forse la spiegazione dell'esibita tranquillità delle Big Oil davanti al nuovo incidente sta tutto nel cinismo di quanto ha dichiarato a Bloomberg Ben Westmore, un economista esperto di miniere ed energia della National Australia Bank: «L'arresto del sistema è incorporato nei prezzi. La gente è solo un po' più interessata ai vincoli di approvvigionamento di sei mesi fa». Una posizione naturalmente condivisa anche dalla Bp dopo l'incidente al Taps: «Abbiamo avuto una significativa riduzione della produzione anche prima per vari motivi, tra cui il cattivo tempo. Non è raro. La società non si può dire per quanto tempo durerà il fermo». Insomma i costi ambientali, sociale ed economici dei disastri petroliferi sono compresi nel prezzo... e quindi esternalizzati e a carico dei consumatori.
Si tratta del blocco di una delle arterie più importanti del petrolio statunitense, che trasporta dal 12% al 15% della produzione Usa, una linea vitale che però dimostra tutti i suoi 33 anni. Si starebbe valutando la situazione ed elaborando un piano per riavviare in modo sicuro l'oleodotto. Una delle ipotesi sarebbe quella di un bypass della tubazione del Taps. Non ci sono stati feriti e nessun «Impatto evidente per l'ambiente», ha detto la Alyeska Pipeline Service Co che gestisce il Taps e che ha scoperto la falla l'8 gennaio, ma nessuno sa quanto petrolio è fuoriuscito davvero, anche se l'Alyeska assicura che il tutto dovrebbe essere rimasto nella "camicia" di cemento che protegge ‘impianto di Prudhoe Bay.
Lo sversamento è stata scoperto nelle fondamenta di un edificio che contiene le pompe di innesco per Pump Station 1, la stazione di "aspirazione" dell'arteria petrolifera. Il recupero del petrolio è stato avviato almeno 7 ore dopo l'arresto e secondo Alyeska «Il 90% del petrolio, circa 9 barili sui 10 che si sono riversati nell'edificio delle pompe, è stato recuperato ieri». Toby Odone un portavoce della Bp, ha detto che sta all'Alyeska fornire aggiornamenti e si è rifiutato di commentare ulteriormente.
L'oleodotto è già stato fermato più volte, l'ultima delle quali nel maggio 2010, a causa di un black-out in una stazione di pompaggio causato da una serie di eventi che provocarono la fuoriuscita di 5.000 barili di petrolio da una cisterna di stoccaggio della Pump Station 9, a 105 miglia a sud di Fairbanks. Nel 2006 da una condotta corrosa uscirono 212.252 galloni di greggio nel campo petrolifero di Prudhoe Bay.
L'Alyeska, fondata nel 1970, è di proprietà delle compagnie petrolifere che hanno interessi nell' Alaska North Slope, la terza più grande regione per la produzione di petrolio negli Usa dopo il Golfo del Messico e il Texas, tra i proprietari della pipeline ci sono multinazionali già tristemente note per disastri petroliferi come Bp, ConocoPhillips e Exxon Mobil. La Bp, fresca protagonista del più grande disastro ambientale della storia Usa nel Golfo del Messico, ha il 46.93% delle azioni dalla Alyeska Pipeline, Exxon Mobil il 20,34%e ConocoPhillips il 28,29%.
Quote minori vanno alla Koch Alaska Pipeline Company dei famigerati fratelli Koch (3,08%) e ad Unocal (1,36%). La società della Big Oil ha sede ad Anchorage e conta circa 900 dipendenti. La prima concessione trentennale per i terreni federali scadeva nel 2004, ma nonostante le proteste è stata rinnovato per altri 30 anni nel 2002L'incidente ha provocato un taglio della produzione di greggio della Bp nell'Alaska North Slope del 95% su 410.000 barili al giorno. Nel 2009 Prudhoe Bay e gli altri campi petroliferi dell'Alaska sono stati la più grande fonte di greggio per la Bp nell'emisfero occidentale dopo il Golfo del Messico. Dall'Alaska viene un barile ogni 14 di quelli estratti dalla Bp in tutto il mondo che ha partecipazioni in altri 20 campi petroliferi del North Slope dell'Alaska e in almeno 4 quattro pipeline.
La sorveglianza sulla gestione della Taps è affidata dal Dipartimento degli interni Usa al Joint pipeline office (Jpo), un consorzio di tredici agenzie federali e statali. Tutte le operazioni della Taps dell'Alyeska sono state automatizzate e centralizzate per ridurre i costi per barile spedito dopo la perdita di produttività succeduta al picco dio 2 milioni di barili al gioorno raggiunto nel 1988 a oltre 2 milioni di barili al giorno, da allora la produzione di greggio a Prudhoe Bay e in altri giacimenti dello North Slope si è ridotta notevolmente. Gli ambientalisti e diversi tecnici sostengono che le modifiche operative apportate dall'Alyeska pongono rischi per la sicurezza, critiche che dopo l'incidente di agosto hanno portato Kevin Hostler a dimettersio dalla presidenza di Alyeska, sostituito dal primo gennaio dal vice ammiraglio in pensione della Coast Guard Usa Thomas Barrett che è anche l'ex capo del Department of transportation's pipeline and hazardous materials administration Usa, con una commistione tra controllori e controllati che è sempre più frequente anche in America.
Il blocco che del Taps per ora non ha ridotto il traffico delle petroliere nel porto di Valdez, non c'è quindi pericolo immediato di un calo dei rifornimenti di petrolio, ma la borsa non l'ha comunque presa bene: l'Oil futures a New York è salito del 2,2% a 89,98 dollari al barile. Un rapporto di Villanova, dello Schork Group Inc, dice che «Elevati livelli di incertezza porteranno gli operatori ad arrampicarsi sugli specchi per coprire gli obblighi di fornitura e riferendosi al Taps ha aggiunto: «Non crediamo che la notizia così com'è è sia sufficiente a spingere il greggio sopra la barriera di 100 dollari. Le raffinerie dipendenti dal greggio dell'Alaska hanno probabilmente un "cuscino" di scorte per almeno diverse settimane».
Quel che è certo è che il nuovo incidente è anche un nuovo colpo all'immagine della Bp e che nella seconda metà del 2010 il prezzo del greggio è salito del 21% e il 3 gennaio è arrivato a 92,58 dollari al barile, puntando (e speculando) sulla ripresa e del consumo di carburanti negli Usa, il Paese del mondo che consuma più petrolio.
Forse la spiegazione dell'esibita tranquillità delle Big Oil davanti al nuovo incidente sta tutto nel cinismo di quanto ha dichiarato a Bloomberg Ben Westmore, un economista esperto di miniere ed energia della National Australia Bank: «L'arresto del sistema è incorporato nei prezzi. La gente è solo un po' più interessata ai vincoli di approvvigionamento di sei mesi fa». Una posizione naturalmente condivisa anche dalla Bp dopo l'incidente al Taps: «Abbiamo avuto una significativa riduzione della produzione anche prima per vari motivi, tra cui il cattivo tempo. Non è raro. La società non si può dire per quanto tempo durerà il fermo». Insomma i costi ambientali, sociale ed economici dei disastri petroliferi sono compresi nel prezzo... e quindi esternalizzati e a carico dei consumatori.
domenica 9 gennaio 2011
Teoria di Hubbert e picco petrolifero - prima parte
La teoria di Hubbert sostiene che la produzione di una risorsa esauribile segue una curva a campana. Cioe' la produzione tende a crescere, pur con un andamento che dipende da molte variabili, tocca un "picco di produzione" e da quel momento inizia a diminuire.
Questa teoria nasce dall' osservazione di casi storici: il primo caso osservato forse e' stata la produzione di olio di balena negli Stati Uniti nel secolo XIX, ma il caso piu' citato e' la produzione di petrolio negli Stati Uniti che e' cresciuta fino al 1970, ha raggiunto il suo picco in quell' anno, per poi decrescere continuamente.
Hubbert aveva previsto esattamente il picco petrolifero degli Stati Uniti nel 1970, anche se oggi possiamo dire che le previsioni possono evere attendibilita' nelle tendenze di fondo mentre i tempi esatti della evoluzione della produzione non possono essere individuati prima con certezza e dipendono anche da scelte umane che, nel complesso cammino verso il momento del picco, possono essere diverse.
Questo cammino a campana della produzione di risorse e' frutto di un insieme complesso di cause,le due principali sono la limitatezza delle risorse e le logiche economiche.
Possiamo individuare varie fasi del ciclo di Hubbert che spiegano bene i meccanismi che provocano questo andamento.
Prima fase:
Espansione rapida.
La risorsa e' abbondandante e sono necessari investimenti limitati per estrarla. La crescita della produzione e' esponenziale.
Seconda fase:
Inizio dell' esaurimento.
Le risorse piu' facili, quindi meno costose, sono estratte per prime. Quindi, iniziando queste a diminuire, e' necessario estrarre risorse piu' difficili e fare investimenti maggiori.
Terza fase:
Il picco e il declino.
Si arriva al punto che gli investimenti necessari non sono piu' sostenibili. La produzione raggiunge un massimo (il picco di Hubbert) e inizia a declinare.
Quarta fase:
Il declino finale.
Si fanno sempre meno investimenti. la produzione continua ma diminuisce fino a cessare.
Parlando della produzione di petrolio e' necessario precisare che esistono diversi tipi di risorse fossili dalle quali si possono estrarre combustibili fossili.
In primo luogo esiste il petrolio cosiddetto "convenzionale", ovverro quello che si estrae in forma di liquido poco viscoso dai pozzi. Abbiamo poi il petrolio cosiddetto "non convenzionale" che include diversi tipi come il greggio da "acque profonde" e "l' olio pesante".Ci sono inoltre i gas condensati e il petrolio che si puo' estrarre dalle sabbie bituminose. Il combustibile liquido puo' essere ottenuto anche dal gas naturale o dal carbone mediante vari tipi di trattamento. Il petrolio convenzionale, per ora, rappresenta la frazione piu' abbondante della produzione.
NB: questa pagina e' stata scritta facendo una sintesi e sicuramente peggiorando la presentazione del picco di Hubbert del prof. Ugo Bardi sul sito dell'Aspo Italia.
In quale anno arrivera’ il picco della produzione petrolifera ?
In realta’ lo sapremo solo quando questo sara’ stato superato. L’ Agency International Energy (acronimo AIE o IEA), che ha come membri 28 paesi ad economia avanzata, nel suo rapporto 2010 sulla situazione energetica ha scritto che la produzione del greggio (dove per greggio si intende il petrolio convenzionale, vedere la definizione nel paragrafo precedente) non superera’ piu’ la quota raggiunta nel 2006 (70 mb/g, milioni di barili il giorno) e rimarra’ costante a 68-69 mb/g fino al 2025 per poi declinare inesorabilmente. Gli incrementi di produzione petrolifera saranno dovuti esclusivamente alla produzione di frazioni liquide di gas naturale (NGL) e di petrolio non convenzionale (piu’ costoso, inquinante e di peggiore qualita’).
Presa alla lettera l’ affermazione e’ gravissima, se il processo si avverasse con questi tempi, avrebbe conseguenze pasanti sulle economie di tutti i paesi. La fondatezza della previsione potremmo verificarla solo nel futuro, per il momento andrebbero prese pero’ delle precauzioni ma questo e’ ancora lontano dai pensieri delle elite mondiali economiche, intellettuali e politiche. Nel frattempo, dopo la pubblicazione del rapporto (10 novembre 2010) il prezzo del petrolio e’ salito sui 90 dollari il barile, toccando i valori massimi dal settembre-ottobre 2008, momento dell’ esplodere della crisi finanziaria; in Europa tra l’ altro questo avviene in un momento di difficolta’ per l’ euro che l’8 gennaio 2011 e’ quotato 1,29 dollari mentre al momento dei prezzi massimi del greggio (luglio 2008- fino a 148 dollari il barile) un euro valeva 1,60 dollari attenuando cosi’ nel vecchio continente gli effetti dei rincari record.
Questa teoria nasce dall' osservazione di casi storici: il primo caso osservato forse e' stata la produzione di olio di balena negli Stati Uniti nel secolo XIX, ma il caso piu' citato e' la produzione di petrolio negli Stati Uniti che e' cresciuta fino al 1970, ha raggiunto il suo picco in quell' anno, per poi decrescere continuamente.
Hubbert aveva previsto esattamente il picco petrolifero degli Stati Uniti nel 1970, anche se oggi possiamo dire che le previsioni possono evere attendibilita' nelle tendenze di fondo mentre i tempi esatti della evoluzione della produzione non possono essere individuati prima con certezza e dipendono anche da scelte umane che, nel complesso cammino verso il momento del picco, possono essere diverse.
Questo cammino a campana della produzione di risorse e' frutto di un insieme complesso di cause,le due principali sono la limitatezza delle risorse e le logiche economiche.
Possiamo individuare varie fasi del ciclo di Hubbert che spiegano bene i meccanismi che provocano questo andamento.
Prima fase:
Espansione rapida.
La risorsa e' abbondandante e sono necessari investimenti limitati per estrarla. La crescita della produzione e' esponenziale.
Seconda fase:
Inizio dell' esaurimento.
Le risorse piu' facili, quindi meno costose, sono estratte per prime. Quindi, iniziando queste a diminuire, e' necessario estrarre risorse piu' difficili e fare investimenti maggiori.
Terza fase:
Il picco e il declino.
Si arriva al punto che gli investimenti necessari non sono piu' sostenibili. La produzione raggiunge un massimo (il picco di Hubbert) e inizia a declinare.
Quarta fase:
Il declino finale.
Si fanno sempre meno investimenti. la produzione continua ma diminuisce fino a cessare.
Parlando della produzione di petrolio e' necessario precisare che esistono diversi tipi di risorse fossili dalle quali si possono estrarre combustibili fossili.
In primo luogo esiste il petrolio cosiddetto "convenzionale", ovverro quello che si estrae in forma di liquido poco viscoso dai pozzi. Abbiamo poi il petrolio cosiddetto "non convenzionale" che include diversi tipi come il greggio da "acque profonde" e "l' olio pesante".Ci sono inoltre i gas condensati e il petrolio che si puo' estrarre dalle sabbie bituminose. Il combustibile liquido puo' essere ottenuto anche dal gas naturale o dal carbone mediante vari tipi di trattamento. Il petrolio convenzionale, per ora, rappresenta la frazione piu' abbondante della produzione.
NB: questa pagina e' stata scritta facendo una sintesi e sicuramente peggiorando la presentazione del picco di Hubbert del prof. Ugo Bardi sul sito dell'Aspo Italia.
In quale anno arrivera’ il picco della produzione petrolifera ?
In realta’ lo sapremo solo quando questo sara’ stato superato. L’ Agency International Energy (acronimo AIE o IEA), che ha come membri 28 paesi ad economia avanzata, nel suo rapporto 2010 sulla situazione energetica ha scritto che la produzione del greggio (dove per greggio si intende il petrolio convenzionale, vedere la definizione nel paragrafo precedente) non superera’ piu’ la quota raggiunta nel 2006 (70 mb/g, milioni di barili il giorno) e rimarra’ costante a 68-69 mb/g fino al 2025 per poi declinare inesorabilmente. Gli incrementi di produzione petrolifera saranno dovuti esclusivamente alla produzione di frazioni liquide di gas naturale (NGL) e di petrolio non convenzionale (piu’ costoso, inquinante e di peggiore qualita’).
Presa alla lettera l’ affermazione e’ gravissima, se il processo si avverasse con questi tempi, avrebbe conseguenze pasanti sulle economie di tutti i paesi. La fondatezza della previsione potremmo verificarla solo nel futuro, per il momento andrebbero prese pero’ delle precauzioni ma questo e’ ancora lontano dai pensieri delle elite mondiali economiche, intellettuali e politiche. Nel frattempo, dopo la pubblicazione del rapporto (10 novembre 2010) il prezzo del petrolio e’ salito sui 90 dollari il barile, toccando i valori massimi dal settembre-ottobre 2008, momento dell’ esplodere della crisi finanziaria; in Europa tra l’ altro questo avviene in un momento di difficolta’ per l’ euro che l’8 gennaio 2011 e’ quotato 1,29 dollari mentre al momento dei prezzi massimi del greggio (luglio 2008- fino a 148 dollari il barile) un euro valeva 1,60 dollari attenuando cosi’ nel vecchio continente gli effetti dei rincari record.
mercoledì 18 agosto 2010
Per l' Universita' della Georgia il 75% del petrolio fuoriuscito e' ancora nel Golfo
E' possibile leggere l'articolo integrale su http://myspace.com/energiaoggiedomani
LIVORNO. L'insospettabile Wall Street Journal anticipa i risultati di un'indagine svolta dai ricercatori dell'università della Georgia (Uga) secondo la quale dal 70 al 79% del petrolio sversato in seguito all'esplosione e all'affondamento della piattaforma offshore Deeepwater Horizon sarebbe ancora nel Golfo del Messico. Si tratta di una clamorosa smentita dei dati forniti dalla Bp e fatti propri dall'Amministrazione Obama. Secondo i ricercatori dell'Uga la British Petroleum e le agenzie governative Usa si sono limitate a quantificare il petrolio raccolto o evaporato in superficie.
Secondo il capo dei ricercatori, Charles Hopkinson, «Sotto la superficie del mare c'è una quantità di greggio difficile da quantificare, però secondo calcoli basati su un modello matematico corrisponde al 70 - 79% del petrolio fuoriuscito dalla piattaforma.
Fonte www.greenreport.it
LIVORNO. L'insospettabile Wall Street Journal anticipa i risultati di un'indagine svolta dai ricercatori dell'università della Georgia (Uga) secondo la quale dal 70 al 79% del petrolio sversato in seguito all'esplosione e all'affondamento della piattaforma offshore Deeepwater Horizon sarebbe ancora nel Golfo del Messico. Si tratta di una clamorosa smentita dei dati forniti dalla Bp e fatti propri dall'Amministrazione Obama. Secondo i ricercatori dell'Uga la British Petroleum e le agenzie governative Usa si sono limitate a quantificare il petrolio raccolto o evaporato in superficie.
Secondo il capo dei ricercatori, Charles Hopkinson, «Sotto la superficie del mare c'è una quantità di greggio difficile da quantificare, però secondo calcoli basati su un modello matematico corrisponde al 70 - 79% del petrolio fuoriuscito dalla piattaforma.
Fonte www.greenreport.it
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